Ben Kane.
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Una Battaglia per l'Impero.
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Parte 1.
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Titolo originale: Clash of Empires. 2018.
Traduzione di: Francesca Noto.
2019 Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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202 A.C. Dopo sedici sanguinosi anni di guerra, Annibale Barca  sull'orlo della sconfitta. Nelle pianure di Zama, in Africa, Felice e suo fratello Antonio attendono insieme alle formidabili legioni romane, pronti per sferrare l'attacco decisivo. La vittoria  cruciale per ristabilire il predominio di Roma su tutto il mondo. Nel frattempo, il giovane senatore Flaminino intende affermarsi come uno dei pi grandi generali della Repubblica. I suoi sogni di grandezza mirano alla conquista della Macedonia e della Grecia, mai soggiogate prima d'ora. Ma nel nord della Grecia, Filippo Quinto di Macedonia non intende perdere il suo regno. Ha bisogno di un esercito abbastanza forte da sconfiggere i Romani e ristabilire l'antica gloria del suo impero. Demetrio, un giovane rematore, sogna di combattere nelle falangi. Affamato, assetato e bruciato dal sole, non sa che un incontro casuale potrebbe cambiare il corso della sua vita. Flaminino non si fermer davanti a nulla per mettere Filippo Quinto in ginocchio. Quello che non sa  che il sole della Macedonia non tramonter prima di un ultimo, accecante lampo glorioso.
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L'Autore.
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Ben Kane  nato in Kenya e si  poi trasferito con la famiglia in Irlanda. Laureato in Veterinaria,  un grande appassionato di storia.  considerato uno dei massimi autori di romanzi storici contemporanei. La Newton Compton ha gi pubblicato la trilogia composta da Le aquile della guerra, Nel nome dell'impero e Aquile nella tempesta. Con Una battaglia per l'impero ha inizio una nuova, entusiasmante serie.
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Bestseller del Sunday Times. Gli eroi, le imprese, le battaglie che portarono Roma alla conquista della Grecia.
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Ben Kane  la nuova stella nascente del romanzo storico. Wilbur Smith.
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Ben Kane  un maestro della storia militare romana. The Times.
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Ti aggancia dalla prima pagina e non ti lascia pi andare. Harry Sidebottom.
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Uno degli scrittori pi bravi e ambiziosi della nostra generazione. Manda Scott.
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Tutti i personaggi di questo romanzo sono immaginari, e qualunque analogia con persone reali, esistenti o esistite,  puramente casuale.
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A Sam Wood e Dylan Reynolds, ciclisti, gentiluomini e, dall'Hannibal Trail del 2016, anche buoni amici.
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Sarebbe meglio che i Greci non combattessero mai tra loro, ma parlassero con un solo cuore e una sola voce, respingessero insieme i barbari invasori e fossero uniti nel proteggere se stessi e le loro citt. Se un'unione del genere non si pu ottenere, vi consiglio di prendere tutte le precauzioni necessarie alla vostra sicurezza, riguardo alla grandezza di questa guerra nell'ovest.  evidente che, chiunque vinca tra Romani e Cartaginesi, i vincitori non si accontenteranno di regnare su Italia e Sicilia. Di certo verranno qui, e cercheranno di estendere le proprie ambizioni oltre i confini della giustizia. Perci, vi imploro di prendere tutti delle precauzioni contro questo pericolo, e mi riferisco in particolar modo al re Filippo.
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Agelao di Etolia, conferenza di Naupatto, 217 a.C.
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Breve nota sulle citt-stato greche.
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L'antica Grecia conteneva una pletora di regioni e citt-stato dai nomi molto simili. La maggior parte dei lettori conosce sicuramente Atene, Sparta e la Macedonia, ma non necessariamente l'Etolia, l'Acaia, l'Atamania e l'Acarnania. Le Termopili e Maratona vi saranno familiari, ma  pi improbabile che i lettori moderni conoscano le citt dell'Ellesponto e gli insediamenti montani tra la Macedonia e l'Illiria. Mi ci  voluto un po' di tempo per familiarizzare con queste entit politiche e geopolitiche, perci, per rendervi pi piacevole la lettura di questo romanzo, vi consiglio di passare prima un po' di tempo a osservarne le mappe.
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Ben Kane
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Prologo.
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Al largo della costa meridionale d'Italia.
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Inizio dell'estate, 215 a.C.
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Era una splendida serata, tiepida e senza vento; il mare sembrava una tavola di bronzo battuto. Una dozzina di piccoli pescherecci navigava verso la terraferma, e uno stormo di gabbiani, con le loro tipiche strida, li seguiva. La luce del tramonto si rifletteva sugli elmi dei soldati sulla strada costiera. Nel cielo, a ovest, le montagne del Bruzio erano ombre scure contro la sfera dorata del sole che scendeva lenta, sempre di pi. A nord-est, da qualche parte oltre la foschia dovuta al caldo, si trovava la citt di Tarentum. Pi al largo, uno squadrone di triremi romane passava attraverso la grande baia squadrata che si estendeva all'interno delle coste dell'Italia meridionale.
Le navi avanzavano in due file da cinque, e il vascello centrale nella prima fila era comandato dall'ammiraglio Publio Valerio Flacco. L'uomo non aveva fretta: la pattuglia di tre giorni, fino alla citt di Locri per poi tornare indietro, era trascorsa senza eventi significativi, e avrebbero raggiunto il porto di Tarentum entro sera. Flacco aveva deciso che il suo rapporto e altri compiti simili avrebbero potuto attendere fino al giorno seguente. Dopo un bagno e un cambio di vestiti, non vedeva l'ora di trascorrere la serata in compagnia della sua amante, la vedova di un nobile caduto a Canne.
Flacco era un uomo basso e determinato. La pappagorgia e la calvizie incipiente che mostrava non potevano fare nulla per sminuire la sua autorit, accentuata da un paio di vivaci occhi azzurri. Erano stati loro, ne era certo, insieme al suo alto rango e alla sua educazione da cittadino, ad avergli fatto conquistare la vedova. Tarentum non era una citt sperduta nel nulla, ma chi veniva da Roma aveva un'aria pi acculturata; Flacco sapeva come sfruttare quell'invisibile superiorit fino all'ultima goccia. Aveva funzionato sulla sua futura amante la prima volta che si erano incontrati, a un recente banchetto in onore del suo arrivo in citt. Accenn un sorriso divertito. Erano andati a letto quella stessa notte.
In carne al punto giusto, aveva una pelle morbida e profumata e dei seni deliziosi. E i suoi gusti a letto, ampi e insaziabili, erano una fonte infinita di sorpresa e piacere. Flacco si costrinse a mettere un freno alla fantasia; come i suoi ufficiali, aveva una tunica piuttosto corta, quando era in mare, invece della lunga toga adatta al suo rango.
Dalla sua posizione accanto al timoniere, poteva osservare tutta la lunghezza della nave. Una passerella centrale collegava la prua alla poppa. Da entrambi i lati, tre file di rematori erano sulle loro panche, i corpi e le braccia tese che si muovevano avanti e indietro in un ritmo perpetuo. Sul davanti, un flautista suonava il suo strumento per dare il ritmo. Gli uomini che controllavano i rematori, posizionati a distanza di una ventina di passi l'uno dall'altro sulla passerella, battevano a tempo i loro bastoni coperti di metallo sulle assi. Al momento, il ritmo richiedeva una velocit costante che i rematori potevano mantenere per ore.
Flacco si sentiva estasiato all'idea che, con una singola parola, avrebbe potuto far muovere l'intera squadra a una velocit ben maggiore. L'aveva fatto altre volte, nel corso delle esercitazioni, e, per gli di, gli scaldava il sangue nelle vene. Sarebbe stato diverso, certo, se l'avesse dovuto fare per avvicinare una flotta nemica: sarebbe stato al tempo stesso eccitante e terrificante. Quanto terrificante, Flacco non ne aveva idea, ma immaginare il rostro di bronzo di una nave nemica piantarsi nello scafo della sua imbarcazione era gi sufficiente a stringergli lo stomaco in una morsa. Non aveva alcuna intenzione di terminare la sua esistenza affondando in una tomba d'acqua, n risucchiato sotto a un vascello di passaggio, o infilzato in mare dai nemici. Invece, era un pensiero esaltante quello di far affondare una nave cartaginese, oppure passare a tutta velocit accanto a una trireme nemica, spezzandone i remi, e trasformandola in una massa inutile da abbordare a piacimento.
Vela!.
L'inaspettato avvertimento della vedetta attir l'attenzione di tutti, compreso Flacco. I pescherecci, numerosi e inoffensivi, non meritavano certo un grido del genere. I mercantili s, ma era ormai quasi il tramonto, e di sicuro tutte le panciute navi adibite al trasporto di merci dovevano gi essere ancorate al sicuro in un porto o vicino alla riva.
Un'altra vela!, esclam la vedetta. Tre, quattro... ne vedo cinque, davanti a noi!.
Flacco si affrett a raggiungere la prua, con il capitano alle calcagna. Uno degli uomini al controllo dei rematori lo guard, e lui scatt: Mantieni il ritmo finch non ti ordiner altrimenti, sciocco!.
Procedette oltre, mentre le grida delle vedette delle sue altre navi facevano aumentare il suo senso di disagio.
Sembrava improbabile che fossero cartaginesi. Dalle enormi vittorie navali di Roma nel corso dell'ultima guerra, pens Flacco, quei gugga avevano evitato in tutti i modi di incrociare le flotte romane. Potevano essere navi da guerra macedoni, ma gli sembrava altrettanto improbabile. Il re Filippo aveva attaccato l'isola di Cefallenia, due anni prima, certo, e si diceva che avesse mire sull'Illiria, ma non avrebbe mai avuto l'ardire di inviare delle navi nelle acque italiane. Flacco scart dunque quell'ipotesi.
Raggiunse la vedetta, un ragazzo magro con i capelli scompigliati dal vento. Dove?.
Il giovane gli rivolse un saluto nervoso e indic pochi gradi pi a dritta. Laggi, signore. A circa due miglia di distanza.
Flacco si port una mano agli occhi. In lontananza, stagliati contro il mare scuro, si vedevano tre quadrati bianchi. Vele. Sent il cuore palpitare. Attese, notandone poco dopo altre due. Le navi stavano puntando verso sud-est, in direzione della penisola che formava il tacco dell'Italia, e consider che ogni possibilit di inseguirle con successo, una volta che l'avessero aggirata, sarebbe svanita nel nulla.
Dobbiamo inseguirle, signore?. Il capitano, un vecchio lupo di mare con le gambe storte che Flacco aveva imparato ad apprezzare, era l al suo fianco.
S. Non sono navi romane, questo  certo. Sarebbe meglio scoprire cosa ci fanno in queste acque.
Con il sole alle spalle, signore, non si accorgeranno di noi finch non saremo molto vicini. Il sogghigno del capitano rivel una mezza dozzina di denti anneriti e spezzati. E avremo un buon vantaggio su di loro, s.
Flacco annu. Bene.
Il capitano fece un cenno al flautista. Aumenta il ritmo!.
Una melodia pi rapida si fece sentire in risposta, e subito gli uomini che davano il ritmo si adeguarono. I rematori piegarono la schiena e tirarono, e nel giro di una decina di battiti, la velocit della trireme raddoppi. Il rostro tagli le onde, come se potesse avvertire il sentore di quelle nuove prede.
L'inseguimento aveva avuto inizio.
Alla fine, fu una faccenda ravvicinata. Le navi di Flacco erano arrivate a circa tre quarti di miglio dalle imbarcazioni che stavano inseguendo, prima che queste ultime si accorgessero di qualcosa. Rest incerto cosa avesse attirato la loro attenzione, a quel punto: il sole era cos basso che se avessero guardato nella loro direzione ne sarebbero rimasti accecati. Tuttavia, di colpo la velocit delle cinque navi aument, facendosi simile a quella delle triremi romane.
La terraferma era vicina, e il mare aperto oltre il promontorio ormai a portata di mano. Flacco prese la decisione e rischi tutto.
A tutta velocit!, url.
Era uno sforzo erculeo quello che stava chiedendo ai suoi rematori, per poter tentare l'inseguimento con la distanza che ancora li separava dalle navi avversarie, ma in fondo non c'era niente da perdere. Nel peggiore dei casi, le navi sarebbero riuscite a fuggire, consider Flacco, e i suoi uomini avrebbero dovuto affrontare un lungo rientro a Tarentum sotto le stelle. Ma nella migliore delle ipotesi, sarebbero riusciti a catturare le navi inseguite, e lui avrebbe scoperto perch avevano tentato la fuga come cervi spaventati.
In realt, quell'inseguimento a rotta di collo fu breve. Due delle navi inseguite fuggirono, ma gli equipaggi delle altre non erano all'altezza dei rematori di Flacco. Vedendo la situazione critica dei compagni, le prime due navi si fermarono sulle onde. Per quanto fossero pesanti, e in inferiorit numerica rispetto alle sue triremi, Flacco non volle correre rischi. Invi quattro navi a circondare le prime due, e con le cinque che gli rimanevano e il suo stesso vascello, circond le pi lente.
Qualche comando urlato, e le tre navi mercantili tirarono a bordo i remi. Non si vedevano uomini armati sui loro ponti, e la preoccupazione iniziale di Flacco lasci il posto a una calma spavalderia. Il suo piano era andato a buon fine; era improbabile che quelle navi opponessero resistenza. Aveva tutto il tempo di scoprire cosa ci facessero l e di trattarle di conseguenza, multando i capitani o confiscando le navi, e di raggiungere comunque Tarentum prima del sorgere della luna. La sua serata con l'amante non era a rischio, e per lui questa era un'immensa soddisfazione.

Sempre pi carico di aspettativa, Flacco osserv i rematori che affiancavano la nave al mercantile pi grande, un vascello panciuto dalla vela di tela squadrata. I remi a babordo tremarono gocciolanti, mentre venivano tirati dentro. Le navi si sfiorarono, con le fiancate che strusciavano appena; dei grappini furono lanciati sul ponte e legati. I marinai del vascello abbordato si agitarono, tesi e spaventati. Vicino all'albero maestro, un piccolo gruppo di uomini riccamente vestiti si stava scambiando sussurri nervosi.
Inviate un gruppo di uomini a bordo della nave, ordin Flacco. Scoprite chi  al comando e portatelo da me.
La passerella fu abbassata con un tonfo, e un gruppo di soldati della marina la super, con in testa un optio.
Quattro di loro tornarono poco dopo, conducendo con loro un uomo basso e tozzo. Dice di essere il comandante, signore, dichiar l'optio. Con una spinta non molto gentile, fece avvicinare il prigioniero a Flacco. Era un uomo di mezza et, con la barba curata, e aveva uno sguardo intelligente. L'himation ricamato che indossava, gli anelli d'oro e l'atteggiamento sicuro lo identificavano come un uomo ricco. Si inchin di fronte a Flacco.
Senofane di Atene, al tuo servizio, signore. Parlava un buon latino, sebbene con un forte accento greco. Posso sapere il tuo nome?
Publio Valerio Flacco, ammiraglio. Flacco studi il volto di Senofane, alla ricerca di qualche traccia di astuzia, ma non ne trov. Non che significasse qualcosa. In tempi di guerra, pens, un uomo non poteva fidarsi di nessuno tranne di chi si era dimostrato degno della sua fiducia. E l'ateniese non era partito con il piede giusto. Sei scappato dalle mie navi. Perch?.
Senofane agit le dita. Le mie scuse, ammiraglio. Pensavamo che foste pirati. Venendo voi da ovest, e con il sole alle spalle, abbiamo pensato che voleste attaccarci. C' qualche arma, sulle nostre navi, ma non si tratta certo di imbarcazioni da guerra. La fuga era la mia unica opzione. Fece un sorriso nervoso. Non che poi siamo fuggiti cos lontani. I tuoi rematori sono degni di lode.
Flacco ignor il complimento. Cosa ci fate in queste acque?.
L'espressione di Senofane si fece pi sicura. Si avvicin a Flacco, ma l'optio, guardingo, lo afferr per una spalla. Senofane alz le mani. Non voglio fare alcun male all'ammiraglio.
E allora stagli lontano, selvaggio, ringhi l'optio.
Un lampo di rabbia pass sul viso dell'uomo, che tuttavia offr a Flacco un sorriso sicuro. Vorrei parlarti in privato, senza orecchie indiscrete in ascolto.
Di' quello che devi dire, ribatt Flacco, gi stanco del gioco che Senofane stava tentando di portare avanti, quale che fosse. A Tarentum, la sua amante lo stava aspettando.
Con un'occhiata cupa all'optio, Senofane borbott: Sono un emissario di Filippo di Macedonia. Notando lo stupore di Flacco, soggiunse in fretta: Essendo io neutrale, il re ha pensato che mi sarebbe stato pi semplice farmi ascoltare dai consoli e dal Senato; il mio scopo  far stipulare un patto di amicizia tra lui e il popolo romano.
Quella era una risposta che Flacco non si era aspettato. Una strana notizia, la tua. Filippo non  mai stato amico della Repubblica, negli ultimi anni.
Si tratta soltanto di un malinteso, niente di pi. Il tono di Senofane sembrava sincero.
Ma era difficile considerare l'invasione di Cefallenia un malinteso, pens Flacco. Non sapevo di un'ambasciata macedone in viaggio verso Roma.
Non sai nulla della mia missione, ammiraglio, perch non siamo riusciti a raggiungere Roma. Dopo essere sbarcati al tempio di Giunone presso Crotone, abbiamo viaggiato via terra verso Capua. Abbiamo incontrato delle truppe romane e abbiamo parlato con il pretore Levino.  stato un ospite generoso, e ci ha fornito una scorta che ci guidasse lungo le strade pi sicure, per proteggerci dall'esercito di Annibale.
Flacco cerc di nascondere la sorpresa. Levino era davvero un pretore che agiva in Campania. Era improbabile che Senofane sapesse di lui, a meno che non l'avesse davvero incontrato, ma questo non spiegava perch lui stesso non fosse a conoscenza di un'ambasciata macedone e della sua strana missione. Un'eventuale notizia di una possibile alleanza con Filippo, che sarebbe stata la benvenuta, dopo il disastro di Canne dell'anno precedente, si sarebbe diffusa in fretta, pens Flacco. Eppure, la storia di Senofane non era del tutto impossibile.
Siete stati attaccati dai Cartaginesi, immagino.  per questo che non siete riusciti ad arrivare a Roma?.
Senofane sembr teso. S. La cavalleria numidica  letale come raccontano. Diversi uomini della nostra scorta sono rimasti uccisi, e il comandante ha deciso che non era sicuro proseguire. Quando siamo tornati all'accampamento di Levino, ho chiesto altro aiuto, ma invano. Tutte le truppe erano necessarie per combattere il nemico, o cos diceva. E senza protezione militare, non avevamo alcuna possibilit di raggiungere Roma; sono stato costretto ad abbandonare la missione. Stiamo tornando in Macedonia.
Hai le prove delle intenzioni di Filippo?
Certamente. I documenti sono in uno scrigno nella mia cabina. Non hai che da dirmelo, e li far portare qui.
Flacco si massaggi il mento. Le precedenti ostilit tra Roma e la Macedonia non avrebbero certo impedito a Filippo di cercare comunque un'alleanza. Consapevole che l'arrivo ormai rapido della notte avrebbe ritardato di parecchio il suo ritorno a Tarentum, e alle braccia aperte della sua amante, Flacco prese una decisione. Se i documenti di Senofane fossero sembrati autentici e una perquisizione della sua nave non avesse portato altro alla luce, non avrebbe avuto motivo di trattenere ancora l'ateniese.
Fammi dare un'occhiata.
Soddisfatto, Senofane annu. Portando una mano alla bocca, chiam il pi vicino dei suoi marinai e gli diede un ordine.
Flacco sent tornare il buonumore. Del vino?, domand.
Ne sarei onorato, ammiraglio. L'inchino di Senofane fu molto pi profondo del precedente.
Avevano gi brindato e bevuto, quando i documenti arrivarono. Flacco lanci un'occhiata critica alle due pergamene, una delle quali era in cartaginese e l'altra in greco. Le parole della seconda sembravano attestare quanto affermato da Senofane; immagin che la prima dicesse le stesse cose. C'era un sigillo macedone con una firma decisa di Filippo in persona, ed entrambi sembravano autentici. Confermando la propria decisione, Flacco fece cenno di portare altro vino. Sorridendo, Senofane accett di farsi riempire la coppa.
Speriamo che il vostro prossimo tentativo di raggiungere Roma vada a buon fine, comment Flacco, salutando Senofane con un cenno della propria coppa. A una lunga e duratura amicizia tra la Repubblica e la Macedonia.
Che gli di lo permettano, replic Senofane, replicando il gesto.
Una volta vuotate le coppe, Flacco lanci uno sguardo all'optio. Scorta questo gentiluomo alla sua nave. Controlla che i nostri non abbiano trovato nulla di importante e falli tornare ai loro posti.
Grazie per la tua ospitalit, intervenne Senofane.
Che Nettuno protegga le vostre navi, replic Flacco.
E che Poseidone protegga le vostre.
Capitano, sta' pronto a muoverti, ordin Flacco.
Senofane aveva appena messo un piede sulla passerella quando sulla sua nave qualcuno prese ad agitarsi. Delle voci si levarono da sottocoperta. Due soldati corsero sul ponte.
Abbiamo trovato qualcosa, signore!, gridarono, rivolti all'optio. O meglio, qualcuno, soggiunse il pi alto dei due.
Flacco corse al parapetto. Che succede?
Abbiamo scoperto tre uomini in fondo alla stiva, signore, replic il soldato pi vicino. Dietro a un mucchio di anfore, era l che si nascondevano. Se uno di loro non avesse starnutito, non li avremmo mai trovati.
Flacco spost lo sguardo su Senofane. Il Greco era gi a met della passerella, e si stava muovendo molto pi rapido.
Fermati, Senofane!, sbott Flacco. Riportalo qui, optio. E poi, ai soldati: Portateli su. Subito!.
Ben presto, tre uomini dalla pelle scura, che continuavano a sbattere le palpebre, confusi, si ritrovarono sul ponte di fronte a Flacco. Con un'espressione di cupa soddisfazione, l'optio spinse Senofane l accanto. L'ateniese ignor i nuovi arrivati, e i sospetti di Flacco tornarono pi di prima. Con quella pelle scura, i ricci unti e le lunghe tuniche, ricordavano molto tutti i Cartaginesi che aveva avuto modo di incrociare. Ebbene, Senofane?.
Si fissarono in silenzio.
Sono passeggeri paganti, ammise il Greco. Un notevole rossore gli imporporava gli zigomi. Sapevo che non avrebbe dato una buona impressione avere a bordo tipi del genere, se fossimo stati fermati da navi romane.
E di che tipi stiamo parlando?, domand Flacco, sbuffando con disprezzo.
Silenzio.
Allora?
Cartaginesi.
Mentre Senofane rispondeva, Flacco di colpo cap. Perquisite quei gugga.
Nel giro di una ventina di battiti, si ritrov con altri documenti in mano, trovati sotto alla tunica del pi anziano dei Cartaginesi, un uomo dall'aria fiera e dallo sguardo da falco. Ma ben presto perse la sua compostezza sotto una gragnuola di colpi da parte dell'optio e dei suoi uomini; Senofane cominci a strillare come un bambino sculacciato quando anche lui fu picchiato. Flacco, che con un cenno aveva dato inizio a quell'aggressione, non se ne cur. Cominci a leggere faticosamente i documenti in greco, con la punta della lingua che sporgeva dalle labbra. Pi sconvolto di quanto credesse possibile, rilesse tre volte la lettera, prima di cercare di comprenderne appieno il significato.
Flacco cerc lo sguardo del capitano. Cambia rotta. Andiamo a Roma.
Il vecchio lupo di mare sembr sorpreso. A Roma, signore?
Mi hai sentito bene. Fai mandare un messaggio alle altre navi. Tre di loro verranno con noi. Le altre dovranno tornare a Tarentum con i mercanti.
S, signore. Il capitano url qualcosa ai guardiani dei rematori, che a loro volta fecero risuonare i loro ordini. I rematori da un lato della nave sollevarono all'istante i remi dall'acqua, mentre quelli dall'altro li affondarono, facendo girare l'imbarcazione verso ovest.
Flacco rest a guardare, impaziente. Avrebbe voluto ordinare di procedere alla massima velocit, ma non aveva alcun senso sfiancare i rematori. Nonostante l'urgenza, la capitale era ad almeno due giorni di distanza.
Stiamo andando a Roma, signore?, domand l'optio, affiancandolo.
S.
Posso chiedere perch, signore?
Non c'era nessun'altra autorit con cui l'optio potesse parlare, a bordo della nave, decise Flacco, e poi quella notizia si sarebbe diffusa in lungo e in largo per l'Italia prima della fine del mese. Devi tenere per te queste informazioni.
S, signore. Lo giuro sulla mia vita, rispose l'optio.
Filippo Quintouole allearsi con Annibale.
L'optio sembr confuso.
Eccone la prova!, esclam Flacco, brandendo la lettera.
Alla luce del sole ormai al tramonto, le parole scritte sulla pergamena assunsero una tonalit rosso sangue.
Un presagio peggiore di quanto Flacco potesse immaginare.

Parte Prima

Capitolo 1.

Tredici anni dopo

Nei pressi della citt di Calcedonia, sulle rive della Propontide, tarda estate del 202 a.C.

A Demetrio non piaceva nascondersi tra gli alberi, ma vicino alle tende era facile essere visti. Il furto era un'occupazione pericolosa. Era stato colto sul fatto e picchiato con violenza un paio di volte; adesso controllava sempre la situazione, prima di rischiare la pelle. L, sul limitare dell'accampamento del re Filippo, in mezzo ai cespugli di sempreverdi e alle querce da sughero, avrebbe potuto scegliere il momento giusto. Le uniche persone in vista erano soldati in cerca di un posto tranquillo per svuotarsi le viscere, e degli uomini con quel pensiero in mente avrebbero prestato ben poca attenzione a un giovane vagabondo con un chitone logoro addosso. L'avrebbero considerato uno dei tanti opportunisti che seguivano la flotta macedone lungo la Propontide.
Demetrio non era uno sciacallo, ma un rematore su una delle navi di Filippo. Non una gloriosa trireme, con tanto di rostro scintillante e vela dipinta, n uno degli agili lembi. La sua casa galleggiante era un vascello da trasporto panciuto e basso sulla superficie dell'acqua. Non era certo la sua carriera ideale, di, no. Fin da bambino, Demetrio aveva desiderato diventare un soldato che combatteva nella possente falange. Ora, quella prospettiva gli sembrava pi difficile da raggiungere della cima dell'Olimpo nel cuore dell'inverno. Sarebbe potuto accadere, pensava, se Ares non gli avesse voltato le spalle, e se gli altri di non avessero cospirato contro di lui.
Suo padre, un pastore, era stato povero, ma aveva servito con orgoglio nell'esercito come fromboliere, da giovane. Aveva insegnato al figlio l'arte della caccia e l'aveva mandato a imparare il pancrazio e la lotta con i pi ricchi figli degli agricoltori. Snello e nervoso, forte per il duro lavoro con le greggi, aveva imparato in fretta, il che era stato un bene, perch i ragazzi pi ricchi non mancavano occasione di prenderlo in giro. Testardo, aveva perseverato, pensando sempre alle parole di suo padre: con le giuste raccomandazioni, una volta che fosse cresciuto, sarebbe potuto diventare un falangista.
Se solo suo padre non fosse morto, pens Demetrio, mentre il dolore di quella perdita gli affondava dentro come la lama di un coltello. Ma era cos: era stato ucciso da alcuni ladri di bestiame in una maledetta notte d'autunno di due anni prima. Rimasto orfano, poich sua madre era morta quando lui aveva cinque anni, e senza niente in seguito al furto dell'intero gregge, era passato da figlio di un pastore a popolano senza terra in un attimo. L'inverno era vicino, e perfino i vicini pi generosi non sarebbero stati in grado di sostentarlo per pi di qualche giorno. Ben presto, era stato costretto a raggiungere Pella, la capitale della Macedonia, nonch la citt pi grande nei dintorni. Senza amici e del tutto solo, la sua vita in strada era stata orribile; era riuscito a sopravvivere lavorando al mercato e al porto.
Nella primavera appena trascorsa, quando si era saputo che il re voleva muovere guerra in Propontide, sui vascelli mercantili c'era stato un improvviso bisogno di nuova manovalanza; i soldati di Filippo avevano bisogno di vaste quantit di provviste, per quella campagna, e di navi che le trasportassero. Stanco di vivere alla giornata e deciso a farsi strada nell'esercito, Demetrio aveva accettato di lavorare per il primo capitano che l'aveva preso a bordo, ed era per questo che ora si trovava ai margini dell'accampamento macedone, a migliaia di stadi da casa.
Il suo sogno di diventare un falangista non era del tutto svanito, ma le sue fatiche giornaliere gli permettevano di pensarci molto poco. La fatica fisica, per un rematore, era immensa, e i guardiani non si risparmiavano dall'usare pugni e pedate. I rematori faticavano dall'alba al tramonto sotto i raggi roventi del sole. L'acqua era offerta in abbondanza, ma i periodi di riposo piuttosto rari. Dopo aver divorato il suo pasto ogni sera, Demetrio riusciva spesso ad avere appena la forza di sdraiarsi e avvolgersi nella sua coperta. Tuttavia, il sonno stentava ad arrivare, a causa di quei compagni che giravano per il ponte in cerca dei piaceri della carne. Dopo aver evitato per un soffio un'aggressione, subito dopo la partenza, aveva formato un'alleanza non ufficiale con un paio dei rematori pi giovani. Non erano veri amici, e Demetrio lo sapeva perch entrambi gli avevano rubato del cibo, ma la notte dormivano vicini e avevano stabilito dei turni di guardia. In questo modo, poteva riposare un po' di pi di prima, ma si svegliava spesso, e teneva sempre un pugnale stretto in mano.
Una promozione dalle panche dei rematori gli sembrava improbabile; le sue speranze di tornare a essere un pastore, un giorno, potevano essere pi realistiche, ma gli ci sarebbe voluto almeno un anno, per mettere da parte il denaro necessario a procurarsi un nuovo gregge. Demetrio era concentrato, quindi, sul sopravvivere di giorno in giorno, riempiendosi lo stomaco tutte le volte che poteva. Aveva diciotto anni e stava ancora crescendo, e perci aveva sempre fame. A bordo della nave, le razioni dei rematori erano di scarsa qualit e in porzioni misere. Rubare dalle provviste dell'esercito era necessario, e andava fatto ogni giorno. La mattina non si poteva fare, e Demetrio si era ormai abituato a tenersi lo stomaco vuoto e brontolante, in quelle ore, ma alla fine della giornata, al tramonto del sole, quando soldati e marinai erano stanchi, le opportunit si moltiplicavano. Aveva imparato a scegliere le tende in cui non c'era quasi nessuno, a parte i soldati di turno in cucina.
Una di quelle si trovava a una cinquantina di passi di distanza, ed era la pi vicina al punto in cui era nascosto tra gli alberi. Un treppiede di ferro era sistemato sopra un piccolo focolare, e dalla sua catena pendeva un paiolo. Demetrio si sent riempire la bocca di saliva, al pensiero dello stufato che vi sobbolliva dentro. Nonostante fosse cos invitante, per, era troppo rischioso. Correre con un contenitore pieno di liquido bollente era quasi impossibile, e sarebbe andata a finire male. Meno gustose, ma pi facili da rubare, erano invece le focacce piatte posate a cuocere sulle pietre calde intorno al fuoco. Due o tre sarebbero bastate a saziarlo. E avrebbe potuto anche barattarne una con un compagno, in cambio di un pezzetto di carne o di una manciata di olive.
La sua speranza che il soldato l vicino potesse essere distratto da qualcuno era stata fino a quel momento disattesa, cos, quando l'uomo mescol con cura lo stufato e punt a passo rapido verso la boscaglia, Demetrio sogghign. Di, fate che debba cacare e non solo pisciare, preg. Attese che l'uomo, un peltasta piuttosto robusto, si avvicinasse, prima di uscire dalla macchia d'alberi, fingendo di aggiustarsi il chitone come qualcuno che fosse appena stato alle latrine. Evitando il contatto visivo, Demetrio si incammin tenendosi lontano dal fuoco e dalle focacce. Una volta vicino alle tende, si guard con cautela alle spalle e vide che il peltasta era sparito tra gli alberi.
Il ragazzo cambi direzione. Venti passi, ed era accanto al treppiede. Il ricco aroma di carne di maiale ed erbe aromatiche gli fece venire l'acquolina in bocca. Afferrando il mestolo del cuoco, se ne riemp la bocca. Era il cibo pi gustoso che avesse assaggiato da giorni. Lo stomaco ne avrebbe preteso ancora, ma il tempo non era dalla sua parte. Afferr tre focacce, e poi, senza riuscire a fermarsi, anche un pezzo di formaggio. Infil tutto sotto al chitone, e lasci che fosse la cintura a trattenere il cibo. Lanci uno sguardo agli alberi e not con sollievo che non c'era ancora traccia del peltasta. Quando si fosse accorto del suo furto, pens Demetrio, lui sarebbe gi sparito da un pezzo.
Fischiettando la musica preferita di suo padre, si allontan tra le tende. Quella notte, avrebbe dormito a stomaco pieno.
Non ci furono conseguenze, per quel suo crimine cos ben eseguito. Il successo lo rese spavaldo. Invece di mangiare nella relativa sicurezza della nave, fece l'errore di fermarsi a circa uno stadio dal focolare del peltasta. Dopo aver divorato una focaccia, e ancora affamato, decise di assaggiare il formaggio.
Una voce borbott: Cosa abbiamo qui?.
Il fatto che avesse tirato fuori del cibo dai vestiti non lo metteva di certo in buona luce. Demetrio decise di fingere noncuranza. Si strinse nelle spalle, guardando il gruppetto di giovani frombolieri comparsi in mezzo alle tende alla sua sinistra e dichiar: Rubare dai propri compagni non  un crimine. Loro rubano da noi e viceversa. Sapete come va. Domani quei bastardi se ne andranno in giro a cercare di ricambiare il favore.
Il giovane che aveva parlato per primo, un individuo dal petto ampio, con i capelli neri legati da un laccio di cuoio, scoppi in una risata antipatica.
Solo che non mi sembra ci siano tuoi compagni, qui in giro, ratto di fogna. Noi ci accampiamo sempre nello stesso punto, ogni sera; e un uomo impara a riconoscere i suoi vicini. Non ti ho mai visto da queste parti, prima d'ora, il che significa che sei soltanto un ladro, ecco cosa. I suoi amici borbottarono, d'accordo con lui.
Demetrio si tenne a freno a stento. E a te che importa?
Ma sentitelo! Questa  una confessione bella e buona, per quel che mi riguarda, comment il fromboliere, con un sogghigno sarcastico.
Demetrio non avrebbe saputo dire perch a quel fromboliere importasse che aveva rubato, visto che non l'aveva fatto dal suo focolare, ma una cosa era certa: stava per prenderle. Il suo accusatore aveva quattro compagni, non tutti molto grossi, ma comunque robusti. Si allargarono a ventaglio e avanzarono verso Demetrio, con sguardi che non lasciavano presagire nulla di buono.
I frombolieri erano agili, consider il ragazzo, e anche quelli lo sembravano. Anche se fosse riuscito a correre fino alla nave, dubitava che gli altri rematori l'avrebbero aiutato. Nella catena alimentare di quella categoria, Demetrio era vicino al fondo. Tent quindi un'altra strategia.
Vi va un po' di formaggio? Ho anche del pane.
Quel tentativo non provoc altro che risate e parole di scherno.
Ce li prenderemo dopo averti dato una lezione, dichiar il capo.
Demetrio non aveva considerato di opporre resistenza, ma l'arroganza di quel giovane era insopportabile. Fottiti, tu e tua madre!, sbott, e si lanci verso il fromboliere pi vicino. Erano ad appena quattro passi di distanza, perci il bersaglio ebbe appena il tempo di spalancare la bocca, sorpreso, prima che Demetrio gli piantasse la spalla destra nello stomaco. Senza fiato, il giovane piomb gi come un sasso in un pozzo. Demetrio si gir e colp con un gancio sotto il mento l'uomo pi vicino. Il dolore gli afferr la mano, ma il fromboliere cadde in ginocchio. Demetrio scapp, seguito da urla oltraggiate: Ladro! Ladro!.
Scatt e si inoltr tra le tende, saltando oltre tiranti e, in un'occasione, un fal. Continuando a correre, cominci a sperare che avrebbe raggiunto la relativa sicurezza delle navi ancorate. I frombolieri non avrebbero osato inseguirlo su una di esse: sebbene la flotta facesse parte dell'esercito di Filippo, c'era una notevole ostilit tra soldati e marinai.
Demetrio non riusc a vedere il piede che lo fece inciampare. L'attimo prima stava puntando verso lo spazio tra due tende, e quello dopo si ritrov a fissare il terreno che gli veniva incontro. Allung le mani e riusc a rendere meno violento l'impatto, ma comunque si ritrov senza fiato nei polmoni. Rotol di lato, nel tentativo disperato di rimettersi in piedi, ma l'uomo che l'aveva atterrato lo colp con un violento calcio allo stomaco che lo fece ricadere a terra. Demetrio ebbe un conato di vomito e, un attimo dopo, butt fuori il pane che aveva inghiottito. Mentre cercava di risollevarsi sui gomiti, un colpo alle costole lo rimand disteso. Inspir a fatica, domandandosi cosa avrebbe potuto fare adesso, in nome del Tartaro.
Sent dei passi in avvicinamento, e delle voci.
 lui che state inseguendo?, domand qualcuno.
S, cos sembra, ribatt il fromboliere che aveva sfidato Demetrio.
 un ladro?
Gi. Grazie tante, compagno.
I piedi calzati di sandali del fromboliere si fermarono davanti al viso di Demetrio. Uno lo colp con forza.
In piedi, figlio di puttana.
Demetrio era alla merc dei frombolieri, ma non era ancora pronto ad arrendersi. Scattando avanti, affond i denti nella caviglia dell'avversario. Un urlo di dolore, e la sua vittima barcoll indietro. In qualche modo, lui riusc a sollevarsi in ginocchio. Un peltasta dall'espressione scioccata - doveva essere quello che l'aveva fatto inciampare - evit al fromboliere di cadere. Alle spalle dei due, Demetrio riusc a scorgere dei volti infuriati, quelli degli altri frombolieri. A quel punto, colp il peltasta all'inguine con un pugno, e, mentre l'uomo si piegava in due gemendo, si alz in piedi.
Gli altri avrebbero potuto anche ucciderlo, ma a Demetrio non importava. Tutto il dolore e la rabbia che provava ancora per la morte del padre, e per l'esistenza grama che aveva dovuto condurre da allora, salirono ribollendo in superficie. Se le cose fossero andate come previsto, sarebbe stato un falangista, ormai, e non sarebbe stato costretto a rubare del cibo. Invece, era soltanto un povero rematore, che sarebbe morto per mano di quei frombolieri assassini.
Demetrio si mise con le spalle alla tenda, sua unica difesa, e serr i pugni. Quanti di voi ci vogliono per battere un uomo solo?.
Quell'insulto fu troppo, per loro. I frombolieri e il peltasta gli si gettarono addosso. Demetrio riusc a mettere a segno un paio di pugni e una testata, prima che una pioggia di colpi lo facesse cadere a terra. Inizi a vedere le stelle, mentre ondate di dolore gli si espandevano in ogni parte del corpo. Fece del suo meglio per raggomitolarsi su se stesso. Se si fosse protetto la testa, forse sarebbe riuscito a sopravvivere.
Perse conoscenza quando cominciarono a pestarlo.
Demetrio sent il freddo dell'acqua che gli veniva gettata in faccia e riprese i sensi sputacchiando. Era disteso su un fianco. Non c'era una singola parte di lui che non fosse avvolta dal dolore. Aveva la bocca piena di grumi di sangue; tastando in giro con la lingua, sent un dente che dondolava, e, con una certa difficolt, riusc a sputarlo.
 vivo. La voce era divertita. Sorprendente, considerando in quanti l'avete aggredito.
Qualcuno mosse i piedi. Demetrio non cap perch nessuno rispondesse. Un gelido terrore gli serr le viscere. Un ufficiale era intervenuto sulla scena. E se avesse saputo perch lo avevano aggredito, il suo destino sarebbe stato segnato. Prov una profonda rassegnazione. Il Fato era davvero contro di lui, quel giorno.
Riesci a muoverti?, gli domand la voce.
Demetrio ci prov, e scopr che ci riusciva. Asciugandosi la saliva mista a sangue che gli macchiava le labbra livide, lott per rimettersi seduto. Un dolore pulsante sul lato destro del petto gli fece capire che aveva delle costole rotte; ed era il dolore peggiore tra quelli che provava. Alz lo sguardo verso l'uomo che aveva parlato. Era avvolto in un semplice mantello, magro, con occhi scintillanti e la barba. Gli ricordava qualcuno.
Osserv l'espressione nervosa di frombolieri e peltasta, e, pi indietro, un gruppo di soldati dall'aria ammirata. Di colpo, cap. Aveva sentito dire che Filippo girava per l'accampamento in abiti semplici, per parlare con i soldati; e a quanto pareva, le voci erano veritiere. Demetrio si sent stringere lo stomaco. Qualsiasi punizione potesse ricevere, adesso sarebbe stata peggiore: il re ne avrebbe fatto un esempio per tutti.
Si sollev su un ginocchio, con una smorfia. Maest.
Questi uomini affermano di averti visto rubare del pane. Filippo accenn con un pollice ai frombolieri.
Demetrio esit. Negare l'accusa avrebbe fatto sembrare che stesse mentendo per salvarsi la pelle. Lanci uno sguardo ai suoi inseguitori, che adesso stavano gongolando apertamente, e sent la rabbia afferrarlo. Non  andata cos, maest.
Il capo dei frombolieri sbott in una risata sdegnosa.
Quindi non hai rubato niente?. Il tono di Filippo era duro. Pericoloso.
S, maest, ho rubato. Demetrio tir fuori dal chitone una focaccia deformata: nella lotta, il suo sfortunato bottino era andato in pezzi. Ma non mi hanno visto farlo. Nessuno mi ha visto.
Un lampo di quello che poteva essere divertimento attravers il volto di Filippo. E come mai ti hanno aggredito?
Stavo morendo di fame, maest, perci mi sono fermato a mangiare un po' di quel cibo che avevo preso. I frombolieri mi hanno visto, e non riconoscendomi, hanno pensato che l'avessi rubato.
Le tende dei frombolieri sono a una buona distanza da qui, comment Filippo. Tu sei scappato, e loro ti hanno inseguito?
Non prima di averne messi a terra due, maest.
Quanti erano in tutto?
Cinque, maest.
Filippo inarc le sopracciglia. Cinque. Contro te soltanto.
S, maest.
Sei un soldato?
Un rematore, maest.
Su una delle mie navi da guerra?
No, maest. Su uno dei vascelli mercantili.
Il capo dei frombolieri arross per la vergogna. I suoi compagni sembravano imbarazzati e furiosi. Filippo, d'altro canto, aveva un'espressione interessata. E come hanno fatto a prenderti?, volle sapere.
Quel peltasta, indic Demetrio, li ha sentiti urlare, maest, e mi ha fatto inciampare.
Agli uomini non piacciono i ladri, sentenzi Filippo. Ed  stato l che ti hanno picchiato fino a farti perdere i sensi.
S, maest!, sbott il capo dei frombolieri.
Per, ti ho lasciato un ricordo, ritorse Demetrio. La caviglia ti far male per giorni. E al peltasta ho mollato un pugno nelle palle. Qualcuno cominci a ridacchiare; ci volle un attimo, a Demetrio, per capire che si trattava del re. Certo che fosse il presagio di una morte orribile, il ragazzo chin il capo.
I miei frombolieri sono tra i migliori del mondo, o cos dicono loro. Dico bene?, esclam Filippo.
Il capo dei frombolieri ritrov la voce. S, maest.
Eppure, cinque di voi sono stati ridotti a tre da un rematore. Un rematore. L'avete ripreso solo perch un altro  intervenuto. E a quel punto,  riuscito a colpire altri due di voi, prima che aveste la meglio su di lui.
Silenzio.
Parla, idiota!, sbott Filippo, furioso.
Hai ragione, maest, borbott il capo dei frombolieri.
Toglietevi dalla mia vista, scatt Filippo.
Demetrio guard, incredulo, i frombolieri allontanarsi. Se fossero stati dei cani, pens, avrebbero avuto la coda tra le zampe posteriori. La sua soddisfazione fu breve, tuttavia: il re avrebbe punito anche lui. Un furto era un furto; e Demetrio aveva visto uccidere un uomo, una volta, per quel crimine. Come minimo, poteva aspettarsi di vedersi amputare la mano destra. Si sent prendere dal panico. Se fosse stato mutilato, non avrebbe pi potuto remare. E quando la flotta fosse ripartita, l'avrebbero lasciato indietro a morire di fame.
Tu. Filippo si rivolse al peltasta.
Maest. L'uomo mantenne lo sguardo fisso sul terreno.
Hai fatto ci che ritenevi giusto, e non posso biasimarti per questo. Ma farti cogliere di sorpresa da questo ragazzo.... Filippo fece una pausa, e il peltasta alz lo sguardo, con un'espressione di ovvio terrore in faccia. Il re scoppi a ridere. Considera il dolore che ti ha procurato all'inguine una punizione sufficiente per te. Va' pure.
Balbettando parole di ringraziamento, il peltasta spar nella sua tenda.
Demetrio chiuse gli occhi. Ora sarebbe stato il suo turno, pens. Fa' che la mia fine sia rapida, grande Zeus.
Alzati.
Maest.
Filippo l'avrebbe fatto giustiziare in piedi, pens Demetrio. Serrando i denti per non esternare il dolore, si alz.
Sei orgoglioso. E combatti come un soldato.
Demetrio sembr confuso. Io... s, maest.
Hai rubato per fame?
S, maest. Non ci danno mai cibo a sufficienza.
Filippo si incup. I capitani dei mercantili vengono pagati abbastanza da sfamare ogni uomo dei loro equipaggi due volte al giorno. Come si chiama la tua nave?
Stella del mare, maest.
Filippo annu. Va' pure.
Demetrio lo guard a bocca aperta. Maest?
Sei libero di andare
Non mi farai giustiziare, maest?
Le labbra di Filippo si arricciarono per il divertimento. No.
Demetrio gli rivolse l'inchino pi profondo che gli riusc. Incapace di credere alla propria fortuna, arretr dei dieci passi previsti dal protocollo prima di girarsi e procedere zoppicando verso la costa.
A met strada verso le navi, una bassa risata gli sfugg dalle labbra. Aveva ancora del pane e del formaggio, sotto al chitone.

Capitolo 2.

Foro romano, Roma.

Tito Quinzio Flaminino era ancora a una certa distanza dal Comizio, l'area dedicata alle assemblee pubbliche, quando fece un cenno ai suoi littori; quelli si spostarono subito verso uno spazio tranquillo accanto a un tempio sul lato est del foro. Era impossibile tenere un basso profilo, a causa della sua scorta, ma il grande spazio aperto del foro era abbastanza affollato da non essere notato subito. Gli altri politici si stavano radunando fuori dalla Curia, l'edificio del Senato, in attesa degli ambasciatori provenienti dall'Etolia, in Grecia. Erano venuti a chiedere aiuto a Roma, come tutti sapevano, contro Filippo, il bellicoso re della Macedonia, contro il quale la Repubblica aveva combattuto qualche anno prima una guerra senza esiti certi.
Flaminino non aveva intenzione di perdere quell'importante incontro, ma prima di unirsi alla folla, voleva scoprire chi stesse bisbigliando all'orecchio di chi, e chi stesse ignorando chi altro. Aveva delle spie, a Roma, ma molto si poteva capire anche con la semplice osservazione. Le informazioni equivalevano al potere, e per un uomo ambizioso come Flaminino, valevano oro sonante. La politica romana era dominata da diverse fazioni; l'equilibrio tendeva a muoversi tra forse una dozzina di famiglie. Troppo impegnato a combattere contro Annibale per andare a Roma, Publio Cornelio Scipione restava il pi amato dalla Repubblica; la sua fazione era la pi vasta e superava la seconda di un buon margine. Nessuno dei due gruppi aveva gli stessi numeri delle famiglie senatorie, le cui alleanze cambiavano di continuo, comunque. Quelli erano i senatori il cui supporto era fondamentale per chiunque desiderasse una carica di potere; e tra quelli c'era Flaminino. Negli ultimi anni, la sua famiglia era stata dalla parte di Scipione, ma in quell'occasione non era questo lo scopo di Flaminino. Le alleanze, per lui, erano come mantelli, da usare e cambiare a seconda delle necessit.
Quel giorno era accompagnato dal fratello maggiore Lucio, un uomo atletico il cui volto aveva una somiglianza visibile con il suo. Invece di restare con il gruppo, aveva deciso di salire i gradini del tempio per osservare meglio gli eventi. Flaminino fece per richiamarlo, ma poi ci ripens. Lucio non poteva causare guai, l, e con il poco tempo che restava, lui era ansioso di scoprire quanto pi possibile.
Non ancora trentenne, era piuttosto basso, con i capelli castani tagliati corti alla maniera dei soldati e la barba ben curata. Non era un Adone, con quegli occhi quasi sporgenti, un lungo naso appuntito e le labbra carnose, ma sopperiva alla mancanza di fascino con una sicurezza in se stesso senza pari. Quando aveva provato a montare il cavallo di suo padre, a quattro anni, quella sicurezza l'aveva sostenuto, cos come quando aveva deciso di indossare la toga due anni prima del quindicesimo compleanno. Le botte che aveva preso in entrambe le occasioni non avevano fatto che rafforzare quel tratto del suo carattere, e questo gli faceva credere che fosse un dono degli di.
Rampollo di una famiglia patrizia decaduta, e amareggiato dalla sfortuna che aveva avuto lui stesso nella vita, il padre di Flaminino era stato un vero tiranno, facile all'ira e difficile da soddisfare. Costretta in un matrimonio infelice, sua madre era sempre stata una vera megera. Fin da piccolo, Flaminino aveva desiderato abbandonare la casa paterna; a un anno da quando aveva indossato la toga, aveva convinto il padre a introdurlo alla vita pubblica. Ricordava ancora la gioia che l'aveva afferrato quando se n'era andato a cavallo verso Roma. Da allora, aveva percorso la sua strada. Dapprima assistente locale per un avvocato della citt e poi lui stesso avvocato rampante, si era fatto le ossa con compiti fondamentali per il governo della Repubblica. Ben noto nonostante la giovane et, abile a stringere alleanze, era stato pressoch inevitabile che Flaminino intraprendesse la carriera politica, pi di cinque anni prima.
Il suo ruolo attuale era quello di questore a Tarentum, con i poteri in pi di un pretore. L'incarico gli era stato affidato poco dopo che la grande citt del sud era stata riconquistata ad Annibale; un ruolo complicato, a dir poco. Astuto, e non contrario a farsi comprare, Flaminino era riuscito ad ammassare, con molta discrezione, una vera e propria fortuna, durante il suo incarico. Se le cose fossero andate avanti cos, c'era una buona possibilit, per lui, di raggiungere il grado di console nel giro di due o tre anni. Ma se le cose fossero andate esattamente come sperava, quel pomeriggio, ci sarebbe potuto riuscire anche prima.
Controll a stento l'entusiasmo. Solo uno sciocco mette il carro davanti al mulo, gli ripeteva spesso il suo vecchio tutore, e aveva ragione. Flaminino sapeva che, con tutta probabilit, la sua mossa di quel giorno non avrebbe avuto successo, ma valeva la pena rischiare. Prima che potesse sperare nella carica di console, la pi alta della Repubblica, avrebbe avuto bisogno di un ampio consenso tra i senatori, e ci sarebbe voluto tempo per ottenerlo. Delle vecchie alleanze si sarebbero dovute indebolire, o perfino spezzare, e avrebbe dovuto forgiarne di nuove. Avrebbe dovuto pagare delle tangenti, trovare delle debolezze, minacciare qualcuno. E, di quando in quando, anche la forza bruta sarebbe stata necessaria. Flaminino non era popolare quanto Scipione, certo, ma era determinato, e aveva molti trucchi da giocare. Inoltre, un utilizzo generoso delle sue ricchezze vedeva crescere la sua rete di spie di mese in mese.
La fortuna aiuta chi ha pazienza, si disse, osservando le figure togate che si ammassavano davanti alla Curia, fino a fermare lo sguardo su un uomo di mezza et. Anche da lontano, la figura magra dell'ex console Galba era ben riconoscibile; e, a tendere le orecchie, si poteva sentire la sua voce melodiosa al di sopra del brusio della folla. Pi di una trentina di senatori pendeva dalle sue labbra; e, mentre Flaminino lo osservava, se ne avvicinarono altri.
Roma non ha bisogno di lasciarsi coinvolgere negli affari della Grecia, lo sent dichiarare, dando voce a un'opinione gi espressa. Annibale non richiede gi forse tutta l'attenzione della Repubblica? Che senso avrebbe una nuova guerra con la Macedonia?.
La posizione di Galba non lo sorprendeva. La Repubblica aveva vissuto sedici anni di conflitto continuo e sanguinoso con Cartagine. Aveva perso decine di migliaia dei suoi figli e, in diverse occasioni, aveva visto met degli alleati italiani giurare fedelt all'invincibile Annibale. Per la prima volta, sembrava che la fine della guerra fosse vicina, e tutti ne erano felici, ma Galba aveva i suoi motivi per evitare un conflitto con la Macedonia. Secondo le spie di Flaminino, stava per ottenere un'importante magistratura in Spagna. Rispetto alla carica di questore di Flaminino a Tarentum, le posizioni in terre straniere concedevano ancora pi possibilit, grazie ad accordi commerciali, tasse e altro ancora, di diventare ricchi oltre ogni immaginazione. E Galba non sarebbe potuto diventare pretore in Spagna e allo stesso tempo gestire una guerra contro Filippo, ma se fosse riuscito a evitare la seconda, i suoi numerosi rivali non avrebbero avuto la possibilit di ottenere fama, gloria e ricchezze in Macedonia.
Che Galba lo sapesse o meno, Flaminino era uno di quei rivali. Prima di potersi mettere a capo delle legioni romane in Macedonia, tuttavia, avrebbe dovuto persuadere il Senato a concedere aiuto all'Etolia. Dopodich, avrebbe dovuto ottenere l'elezione a console. Ed erano due ostacoli enormi da superare.
Tempo, pens Flaminino. Se solo avessi pi tempo.
La notizia dell'ambasciata etolica gli era arrivata sei giorni prima. Aveva perso due giorni a istruire i suoi subordinati a Tarentum, e gli altri li aveva impiegati nel complicato viaggio per risalire la costa occidentale dell'Italia. Dopo aver raggiunto Ostia quella mattina, era arrivato a Roma dopo circa un'ora. Adesso, temeva che, mentre lui pianificava di portare dalla sua parte tutti i senatori di Roma, Galba e i suoi sostenitori avessero fatto lo stesso da almeno mezzo mese.
Flaminino riprese coraggio quando vide Galba salutare un gruppo di una dozzina di senatori, senza che nessuno di loro gli prestasse attenzione. A una ventina di passi dall'ex console, quelli raggiunsero un gruppo pi vasto. Non era ancora tutto perduto, decise Flaminino. Era il momento di parlare con la fazione contraria a Galba. Con un po' di fortuna, le sue parole avrebbero trovato terreno fertile. Si gir in cerca di Lucio. Non si era mosso dalla cima della gradinata del tempio. Lo sguardo di Flaminino segu quello del fratello, e a quel punto si accigli. Lucio stava contemplando un gruppetto di giovani mezzi nudi che lottavano a coppie nel vicolo da un lato del tempio.
Vieni, fratello!, lo chiam Flaminino.
D'accordo, d'accordo. Con un ultimo sguardo carico di desiderio, Lucio obbed.
Non saresti potuto essere pi esplicito di cos, borbott Flaminino, acido.
Volevo essere notato, replic Lucio, con una noncurante alzata di spalle. Un vero peccato che nessuno mi abbia visto. Mi sarebbe piaciuta una sveltina, mentre tu fai quello che devi.
Flaminino si sent afferrare dall'ira. Siamo qui per una questione molto seria.
Siamo? Si  sempre trattato soltanto di te, fratellino, comment Lucio, con una smorfia.
Ma ti piace essere un edile, giusto?, ribatt Flaminino. Era stato lui ad assicurare quel posto a Lucio.
Silenzio.
Allora?
S, mi piace. Il tono di Lucio era cupo.
Se far carriera, caro fratello, anche tu potrai rivestire cariche pi importanti. Quando sar console, tu potrai diventare propretore o pretore, e niente ti vieterebbe di diventare console dopo di me. I benefici di cui godi adesso sarebbero niente, rispetto alle opportunit che avresti da console. Capisci?.
Il broncio di Lucio svan. S.
Passarono diverse ore, e gli Etoli arrivarono alla Grecostasi, dove gli ambasciatori stranieri attendevano l'invito a entrare nella Curia. All'interno, trecento senatori erano raggruppati nelle rispettive fazioni. Grazie al suo ruolo, Flaminino si era assicurato una posizione privilegiata, vicino alle sedie dei consoli, per s, per il fratello e per i loro sostenitori. I consoli di quell'anno, Tiberio Claudio Nerone e Marco Servilio Pulice Gemino, erano entrambi presenti, con i loro littori.
Forse un'ottantina di senatori, tra i quali i nemici politici di Galba e Scipione, avevano promesso di dare il loro appoggio a Flaminino, ma non sarebbero bastati. Era comunque un buon numero. Se era in grado di ottenere in poche ore tutti quei sostenitori, il futuro sarebbe stato roseo, per lui.
E comunque, non aveva ancora perso la speranza per quel giorno. Era un ottimo oratore, e i senatori erano uomini come tutti gli altri. Se fosse riuscito a fare appello alle loro emozioni, forse avrebbero deciso di aiutare l'Etolia. Aveva gi visto succedere fatti del genere, in Senato. Quella piacevole consapevolezza lo port a inarcare un sopracciglio verso Galba, con fare derisorio, anche se l'ex senatore finse di non accorgersene. Infastidito, Flaminino si accigli. Le labbra di Galba fremettero, in risposta, e Flaminino si maledisse in silenzio per essere stato provocato con tanta facilit.
Dei bastoni di legno di olmo colpirono il pavimento. Le teste si voltarono, il brusio delle conversazioni tacque. Non era decoroso passare sulla striscia di pavimento coperto di piastrelle che correva dalle porte di bronzo fino alle sedie dei consoli, tagliando in due la stanza. Perci, Flaminino si sporse verso l'esterno, non abbastanza da sembrare ansioso, sebbene lo fosse, ma cos da dare un'occhiata all'entrata, dove vide due figure in attesa.
Euripide e Neofrone, ambasciatori dell'Etolia, in Grecia, sono venuti a parlare con il Senato!, annunci un littore anziano.
Un silenzio carico di aspettativa cal sulla folla. Un rumore ritmico di cuoio sul pavimento si fece sentire. Flaminino avvert il cuore martellargli nel petto, mentre gli Etoli si avvicinavano.
Calmati, pens. Non avrai una vittoria, oggi. Questa  solo la prima schermaglia della guerra.
Euripide e Neofrone avanzarono, con lo sguardo fisso sui due consoli. Vestiti di eleganti himation di lana, erano entrambi uomini di mezza et. La barba grigia di Euripide gli dava l'aria di uno statista anziano, mentre le rughe intorno agli occhi di Neofrone facevano capire che sapesse apprezzare l'umorismo.
Il serio e il faceto, consider Flaminino. Interessante.
Una volta davanti ai consoli, entrambi gli Etoli si inchinarono.
Vi diamo il benvenuto. La Repubblica e l'Etolia sono alleate da molto tempo, esord Claudio, il console pi anziano, sebbene, in tempi recenti, quest'alleanza sia stata messa a dura prova.
Pi di un senatore ridacchi, e Flaminino pens: Questo metter alla prova l'autocontrollo degli ambasciatori.
A un certo punto, nel corso della lunga guerra contro Cartagine, il nemico aveva avuto la meglio su Roma. L'Etolia era stata lasciata al suo destino. Incapaci di combattere Filippo da soli, gli Etoli, ormai indeboliti, avevano cercato la pace tre anni prima. Sebbene fossero stati loro a causare quella situazione, la maggior parte dei Romani non l'avrebbe mai ammesso.
 la nostra antica amicizia che ci ha fatti venire qui dalla nostra terra, signore. L'Etolia vorrebbe rinnovare il suo legame con la Repubblica. Neofrone sorrise, fingendo che quell'insulto esplicito non l'avesse toccato.
Servilio, tuttavia, non sembrava voler demordere. L'ultima volta che ne ho sentito parlare, l'Etolia aveva fatto un trattato di pace con Filippo di Macedonia. Con un re come amico, a cosa vi servirebbero degli alleati dall'altra parte del mare?.
Euripide toss, a disagio, ma Neofrone sorrise ancora di pi. Quell'accordo  vecchio di tre anni, signore, e Filippo  volubile, probabilmente ne hai sentito parlare. Di recente, ha tradito il trattato muovendo guerra lungo la Propontide, dove ha assediato e conquistato anche delle citt etoliche. Non gliene importa niente del fatto che le persone che i suoi soldati uccidono e schiavizzano sono liberi Greci.
I Greci sono sempre in guerra tra loro. Non erano gli uni contro gli altri anche alla vigilia della stessa battaglia di Maratona, o di Salamina?, osserv Claudio, con un mezzo sorriso, mentre un fremito di divertimento correva lungo la sala.
 vero, signore, rispose Euripide, con un cupo cenno d'assenso, tuttavia,  molto raro che i Greci rendano schiavi altri Greci. Filippo ha passato il segno. Delle lettere molto dure sono state inviate a Pella; ma non c' stata risposta. Anche se le ha ricevute, sembrerebbe che sia sordo alle nostre proteste: mentre vi parlo, sta guidando i suoi soldati contro Chio, un'altra delle citt etoliche sulla Propontide.
Ed  per questo che l'Assemblea ci ha inviato qui a Roma, continu Neofrone. Per chiedere, anzi no, per implorare l'aiuto di Roma contro questo tiranno assetato di potere e di sangue.  troppo tardi per Chio, probabilmente, ma altri insediamenti sono a rischio.
L'Etolia potrebbe essere sconvolta per la perdita di una manciata di citt poco importanti in Asia Minore, dichiar Servilio, ma non certo la Repubblica.
Esclamazioni di supporto a quell'affermazione si levarono dalla fazione di Galba.
Neofrone accett i commenti sarcastici con un cortese mezzo inchino. Cos si potrebbe pensare. Ma se il successo militare di Filippo continuer, ben presto controller la Propontide, e con essa, il commercio del grano dalle coste del Ponto Eusino.
Gli Ateniesi potrebbero essere danneggiati da una simile situazione, comment Claudio con un cenno noncurante, ma, di nuovo, questo non  un problema della Repubblica.
Filippo non si fermer l. Da quando  salito al potere, non ha fatto altro che scatenare guerre, dichiar Euripide. Quando rivolger di nuovo la sua attenzione all'Etolia, e lo far, il nostro esercito potr arrestare la sua avanzata solo per un breve tempo, ma alla fine vincer. E l'Etolia cadr.
L'espressione di Claudio rimase impassibile; Servilio si strinse nelle spalle.
Flaminino osserv Euripide che si guardava intorno, cercando una reazione comprensiva. Di fronte a lui, Galba stava sussurrando qualcosa all'orecchio del suo vicino; i suoi sostenitori si comportavano come se i due ambasciatori non fossero neanche l. Ma intorno a Flaminino, qualche senatore cominciava a borbottare. E lui rest in ascolto.
A Filippo non si dovrebbe permettere di andare dove meglio crede.
Potrebbe diventare il prossimo Annibale.
 meglio schiacciare le vipere prima di ritrovarsele nel letto.
Ma nessuno osava parlare a voce alta. Se qualcuno doveva farlo, pens Flaminino, sarebbe dovuto essere lui.
Perch la Repubblica dovrebbe venire in aiuto dell'Etolia?, domand Claudio.  stata l'Etolia a non avere fiducia in Roma e ad abbandonare l'alleanza tra i nostri popoli, non la Repubblica.
Il silenzio cal sulla sala. Tutti sapevano che era stata la scelta di Roma di ritirarsi dal conflitto a costringere l'Etolia alla resa con Filippo, ma dare la colpa alla Repubblica in quella sede sarebbe sembrato un grave insulto. Tuttavia, serv che Neofrone posasse una mano sulla spalla di Euripide per impedirgli di rispondere. Il volto barbuto dell'ambasciatore si tinse di un rosso violento, mentre guardava Claudio con astio.
Neofrone riusc a tirare fuori un sorriso pacificatore. Noi Etoli non possiamo fare altro che scusarci. La nostra era una situazione disperata, ma  stato comunque un errore fare pace con Filippo. Una futura alleanza tra i nostri popoli sar sacrosanta: che gli di possano abbattermi sul posto, se mento. Guard Euripide, che annu con decisione.
Chi infrange un giuramento una volta, lo far sempre. E nessun senatore, finora, ha parlato in vostro favore, dichiar con durezza Servilio. Lanci uno sguardo a Claudio, che annu, concorde, prima di accennare con un dito alla porta. Buon ritorno in patria, dunque.
Ancora una volta, Neofrone dovette evitare che un infuriato Euripide dicesse la sua. Si inchinarono entrambi, ben pi rigidi, questa volta, e si voltarono per andarsene.
I consoli guidano Roma in tempo di guerra, ma non possono prendere tutte le decisioni. Flaminino alz la voce per farsi sentire da tutti. I senatori non dovrebbero votare, su un argomento cos importante?.
Lo sguardo degli ambasciatori, insieme a quello di tutti gli altri presenti, si pos su Flaminino. Quell'impresa poteva essere destinata a fallire fin dall'inizio, pens lui, ma era il momento di lasciare il segno. Di mostrare ai senatori che era una forza da tenere in considerazione.
Il questore Flaminino, giusto?. L'enfasi di Galba sulla prima parola fece capire fin troppo bene il suo disprezzo per i magistrati di rango minore.
Ho questo ruolo con i poteri di un pretoriano, come ben sai, Galba. Vorrei che si votasse, su questa faccenda, e sono certo che anche molti altri senatori la pensano come me. Flaminino attese che le numerose grida di appoggio si placassero, prima di continuare. Sembri aver dimenticato la precedente guerra tra la Repubblica e Filippo. Potr non aver avuto conseguenze, ma non significa che lui sia un nemico da sottovalutare. Ha cercato di allearsi con Annibale, alcuni anni, fa, ricordi? Secondo me, chi  contro di lui andrebbe aiutato, non scacciato. A quel punto, rivolse ai due Etoli un cenno amichevole, subito ricambiato.
Nessuno potr mai dire che io sia contro il volere della Repubblica. Il tono di Servilio era pacato, ma i suoi occhi, fissi su Flaminino, erano furiosi quanto quelli di Galba. Dopo un breve scambio con Claudio, Servilio dichiar: Vediamo cosa vuole il Senato. Tutti coloro che sono a favore di aiutare l'Etolia alzino la mano destra.
Flaminino alz la mano, e i suoi seguaci lo imitarono. Anche alcuni senatori dalla parte opposta della Curia mostrarono il loro appoggio alla mozione, ma non molti. Intorno a Galba, nessuno alz la mano. Flaminino incroci per la prima volta lo sguardo del suo rivale; fu il turno di Galba di sollevare un sopracciglio.  tutto quello che sai fare?, sembrava chiedere, con quel gesto. Flaminino sostenne il suo sguardo abbastanza da fargli capire che non aveva paura, per poi osservare i littori fare il conto dei voti. Quando fu dichiarato un totale di settantanove voti, Flaminino decise che, nonostante il fallimento, il suo atto provocatorio era stato utile. Alla successiva occasione, una rete di spie l'avrebbe reso ancora pi informato di Galba. Avrebbe avuto bisogno del sostegno di almeno uno dei consoli, e di nuove alleanze nel Senato. E allora avrebbe avuto successo.
Settantanove, disse Servilio, con evidente soddisfazione. Chi invece  contro un eventuale aiuto all'Etolia?.
Il secondo conteggio richiese un po' pi di tempo, ma alla fine furono contati duecentodieci voti. Undici senatori sono assenti, dichiar Servilio. Il che significa che anche se avessero votato a favore della mozione del questore Flaminino, il risultato sarebbe stato lo stesso.
Flaminino chin il capo, accettando il responso.
Roma ha parlato, dichiar Claudio, rivolto agli ambasciatori delusi.
I due si inchinarono e fecero per andarsene. Incrociando lo sguardo di Flaminino, Neofrone mosse le labbra in un Grazie.
Ho ottenuto un alleato, pens Flaminino. Sent la pelle fremere, e, infastidito, si rese conto che Galba lo stava guardando come un serpente che studia la sua preda.
Da quel momento in poi, avrebbe dovuto fare attenzione.
Non era stato un atto intenzionale, ma in Galba invece si era fatto un vero nemico.

Capitolo 3.

Esterno della citt di Chio, sulla costa meridionale della Propontide.

Il sole stava salendo nel cielo limpido, bruciando via quel che restava della foschia mattutina. Demetrio sentiva il cuoio capelluto prudere. Aveva la tunica inzuppata di sudore e il viso e le braccia arrossati. L'alba era passata gi da diverse ore, e il re non si era ancora fatto vedere. Non potevano fare altro che attendere; uno dei compagni di Demetrio borbott: Aspetta e brucia.
Non ti piace?, ribatt un altro. Prova a dirlo a uno dei guardiani.
Quelle parole zittirono il brontolone.
Demetrio era a disagio come tutti gli altri, ma rest in silenzio. Il guardiano che controllava i rematori non aveva bisogno che di un minimo pretesto, per cominciare a usare il bastone. Cos, Demetrio imit i rematori pi anziani, quelli che avevano volti segnati e dalla pelle scura come il legno di noce, e mani dalla pelle dura come il cuoio, e tenne gi la testa. L'equipaggio era tra le centinaia di uomini a cui era stato ordinato di scendere dalle navi e spingere le torri d'assedio verso Chio quando fosse cominciato l'attacco. Ognuno avrebbe ricevuto la paga di due interi giorni, se l'assalto avesse avuto successo. Quella promessa da sola bastava a rendere felice Demetrio. Non era un falangista, ma quella fatica remunerata lo faceva sentire parte dell'esercito. Era meglio che spezzarsi la schiena a remare, poco ma sicuro.
Chio non era un grosso insediamento, il che faceva capire perch avesse bisogno di allearsi con potenze pi grandi. Gli abitanti avevano scelto l'Etolia, tra i pi antichi nemici di Filippo, cosa che aveva reso Chio uno dei bersagli del re. La sua volont di far s che la Macedonia tornasse a essere una delle potenze dell'Asia Minore sembrava implacabile; si diceva che Chio non sarebbe stata l'ultima citt ad essere assaltata, prima che la flotta tornasse a casa. Eppure, nonostante le forze schiaccianti che circondavano l'insediamento, e il gran numero di navi macedoni sulla costa, gli abitanti avevano scelto di combattere, invece di accettare un nuovo signore. Altre citt lungo le coste della Propontide avevano aperto i cancelli e accettato di ospitare guarnigioni macedoni, ma non Chio. Nessuno sapeva perch, e Demetrio considerava quella resistenza una follia, ma l'intransigenza dei difensori lo rendeva felice. Una volta caduta la citt, avrebbe potuto seguire i soldati oltre le mura, a caccia di bottino. Valeva la pena di rischiare la morte, per ottenere oro e argento. Con simili ricchezze, comprare un gregge di pecore sarebbe diventato di nuovo possibile, invece di sembrargli un sogno quasi irrealizzabile.
Demetrio guard alla propria sinistra. Da quanto tempo siamo qui?
Tre ore, forse, rispose Onesa, uno dei rematori con cui dormiva per difendersi.
Quanto ci metter Filippo ad arrivare?.
Onesa gli lanci un'occhiataccia. E come pensi che io possa saperlo, idiota?.
Demetrio non si prese la briga di domandarlo a Teocrito, il terzo e ultimo membro del loro piccolo gruppo, che era alla sua destra. La risposta acida sarebbe stata la stessa.
Pochi attimi dopo, delle grida di esultanza si levarono dalle file della fanteria.
Il re! Il re  qui!.
Il tuo amico, comment Onesa, pungolandolo con il gomito. Teocrito ridacchi, divertito.
Demetrio li ignor e allung il collo per dare un'occhiata. I due non gli avevano creduto, quando aveva raccontato loro del suo incontro con Filippo; e non avrebbero certo cambiato idea adesso.
Magnifico nella sua corazza decorata, con un elmo dalla cresta rossa fregiato di corna d'ariete e in sella a un esuberante stallone tessalo, Filippo si port davanti alle torri d'assedio. Tutti potevano vederlo. Pass qualche tempo a osservare la citt, cosa che aument la tensione, proprio come voleva lui, pens Demetrio. Quando Filippo si gir, stava sorridendo.
La strada  lunga, fino a Pella
, esord. Siete pronti a tornare a casa?.
Dopo un breve silenzio sgomento, migliaia di voci si levarono urlando: no!.
Sto scherzando, dichiar Filippo. Ho inviato dei messaggeri a Chio, ieri, con i termini della resa. Il consiglio ha rifiutato l'offerta. Dicono che non sono il loro re.
Un ruggito furioso segu a quelle parole.
Questa citt se ne sta qui, pronta a essere presa, come una mela matura dall'albero. Siete pronti a conquistarla per la Macedonia?.
La voce di Demetrio si un al grido poderoso della folla.
Filippo diede un segnale e le trombe risuonarono. La fanteria si alline dietro alle torri. Il re torn a unirsi ai suoi Compagni.
 ora di spingere, figli di puttana!, url il guardiano del gruppo di rematori di cui faceva parte anche Demetrio. Muovetevi!.
Demetrio avanz fino alla base della torre insieme ai suoi compagni. Come le altre torri, era stata posizionata l dai muli. Si trattava di una costruzione tozza, a quattro ruote, alta tre piani e con una piattaforma coperta in cima. Le pelli di alcuni capi di bestiame macellati da poco erano state posizionate sui lati a fare da ulteriore protezione. Secchi e secchi d'acqua di mare vi erano stati svuotati sopra, da cima a fondo, per evitare che eventuali frecce infuocate la bruciassero.
In posizione!, ordin il guardiano.
Demetrio e gli altri sapevano come muovere al meglio la torre. Lui e altri undici si posizionarono lungo il lato posteriore. Altrettanti uomini si spostarono presso ciascuna delle ruote. Piegarono le ginocchia, afferrarono il legno con le mani e si rivolsero al guardiano, che abbass di scatto il braccio.
Spingete!, ordin. Spingete come se ne andasse della vostra vita!.
Demetrio spinse con tutte le forze. Non accadde nulla. Spinse ancora. Accanto a lui, un sandalo di Onesa scivol sulla ghiaia e lo fece finire in ginocchio. Demetrio gli rivolse un cenno di incoraggiamento, e spinsero di nuovo insieme.
Metteteci la schiena!, url il guardiano, andando avanti e indietro. Volete forse che gli altri gruppi arrivino alle mura prima di voi?.
Nessuno ebbe la forza di rispondere, ma quelle parole fecero il loro dovere. Gli uomini che fossero riusciti ad arrivare per primi con la loro torre alle mura avrebbero ottenuto infatti un premio in pi, un'anfora di vino. Gemiti di fatica si mischiarono allo stridio dei sandali sul terreno. Alcuni caddero, sbucciandosi a sangue le ginocchia, e, senza dire una parola, si rialzarono e si riunirono ai compagni. Demetrio spinse ancora, con tutta l'energia che aveva in corpo; il sudore gli col dal viso nella polvere.
Un cigolio. Le ruote fremettero. Un altro cigolio. La torre avanz di un passo, poi di un altro.
Un gemito animalesco gli sfugg, e dal profondo di se stesso trov altre energie inaspettate. Ai suoi lati, Onesa e Teocrito spingevano come ossessi; i loro compagni stavano facendo lo stesso. A passo lento ma costante, la torre avanz cigolando verso le mura di Chio. Demetrio cominci a contare i passi. Dovevano farne quattrocento. Venti volte venti, prima di poter correre via, al sicuro, lasciando alla fanteria il compito di salire le scale delle torri fino in cima, e da l gettarsi addosso al nemico. I primi a raggiungere i bastioni sarebbero morti, e cos anche tanti rematori, nel tentativo di sfuggire alla mortale artiglieria dei difensori. Demetrio cerc di non pensarci. Spingi e basta, si disse. Concentrati sul battere gli altri rematori. Dieci passi pi tardi, tutto si fece pi semplice. A una ventina di passi, avevano ottenuto una certa rincorsa. A cinquanta, aveva quasi dimenticato il pericolo a cui si stava esponendo.
Non riusciva a vedere dove fossero le altre torri rispetto alla loro. Siamo i primi?
S, replic qualcuno che riusciva a vedere meglio di lui. Di una ventina di passi.
Avevano coperto forse un quarto della distanza, secondo i calcoli di Demetrio, il che significava che gli altri rematori potevano essere battuti. Incoraggiandosi a vicenda, lui e i compagni continuarono a spingere e a sforzarsi, spingendo la torre sul terreno accidentato a una velocit costante.
Un suono fischiante e sconosciuto si fece sentire da dietro le mura. Qualcosa - una pietra? - piomb con violenza da qualche parte alla destra di Demetrio.
Ci stanno bersagliando!, grid il guardiano. Spingete, maledetti!.
Demetrio aveva gi visto delle catapulte, ma mai in azione. Lanci un rapido sguardo alle proprie spalle, e si sent stringere lo stomaco. Il masso che aveva sentito volare era pi grosso della sua testa, e aveva scavato un solco profondo nel terreno. Chiunque fosse finito nella sua traiettoria sarebbe stato polverizzato.
Crash! Un'altra pietra piomb sul terreno, pi vicina, questa volta.
Altre stavano atterrando intorno alle altre torri. Un uomo con entrambe le gambe rotte era caduto a terra e urlava disperato. I guardiani dei rematori gridavano e usavano i bastoni con selvaggio abbandono. Nuovi uomini sostituirono Demetrio e i suoi compagni, mentre loro continuarono ad avanzare dietro la torre.
Altri cinquanta passi, e diverse pietre avevano colpito la loro torre, strappando le pelli di bue bagnate. Demetrio e i suoi compagni si unirono di nuovo agli uomini che stavano spingendo, senza che nessuno glielo ordinasse. Ma i loro sforzi non bastarono. A met strada rispetto alle mura, la torre aveva dei buchi ovunque, nella struttura. La scala tra il secondo e il terzo piano era stata spezzata, ma il guardiano continu a spronarli. L'attacco procede!, rugg. Spingete!.
Una dozzina di battiti pi tardi, una pietra si schiant contro la ruota anteriore sinistra, uccidendo un rematore e mutilandone diversi altri. Destabilizzata, la torre si inclin di lato. Si ferm, poi si pieg ancora di pi. Delle urla di allarme si levarono dal gruppo, e gli uomini si sparpagliarono per allontanarsi.
Spingete!, url il guardiano, che non poteva vedere quello che era appena successo.
Non pu andare avanti, ribatt Onesa. La ruota  fottuta!.
Accigliandosi, il guardiano si spost oltre l'angolo per guardare. Nel frattempo, altre due pietre colpirono la torre, distruggendo un'altra sezione delle scale. Una terza piomb al suolo nelle vicinanze, rimbalzando e decapitando un rematore. Schizzi di sangue e materia cerebrale volarono ovunque, e il cadavere ondeggi e cadde. Come un lampo grigio, la pietra abbatt altri due uomini e continu a rimbalzare per un altro centinaio di passi alle loro spalle, ferendo diversi soldati.
L'ufficiale a capo della fanteria prese il comando della situazione, a quel punto. Alle altre torri!. Era allo scoperto, e indicava verso destra. Presto!.
Demetrio aveva la bocca secca, e il cuore gli martellava nel petto, ma la promessa di due giorni extra di paga era enorme. Si stacc di un passo dalla loro posizione riparata. Una presa ferrea lo stratton indietro: Onesa. Demetrio guard, e cap il perch. La torre pi vicina era appena crollata, con due ruote distrutte, e la successiva non se la stava cavando meglio. La quarta era vicina alle mura, ma era molto inclinata, e per arrivarci si sarebbero dovuti esporre alla letale artiglieria nemica. La quinta e la sesta erano troppo lontane per scorgerle.
Muovetevi, maledetti!, url l'ufficiale.
Nessuno si spost. L'ufficiale indic con la spada Demetrio, che era il pi vicino.
Muoviti, ratto di fogna!.
C'era una furia violenta, negli occhi dell'uomo. Demetrio avanz di un passo, e poi di un altro.
Pi veloce!. L'ufficiale gesticol verso Onesa. Anche tu!.
Thunk. Il rumore fece alzare lo sguardo a Demetrio. Una pietra vol in un ampio arco dai bastioni, e i suoi occhi ne tracciarono la possibile traiettoria. D'istinto, scatt avanti e spinse di lato l'ufficiale.
Sei impazzito?, sbott lui, con la saliva che gli schizzava dalle labbra.
Crash. Thud. Thud. Thud. Sbuffi di polvere si sollevarono dal terreno dove la pietra rimbalz, proprio nel punto in cui loro due si trovavano fino a poco prima. Sgomenti, entrambi la guardarono rotolare via, lasciando ampi solchi al passaggio.
Imbarazzato, Demetrio lasci andare l'ufficiale. Ti chiedo scusa, signore. Non c'era tempo di avvertirti.
No. L'uomo sembrava a disagio. Io... ecco... no.
Non ci furono altri ordini di correre verso le torri rimaste. Dalla sicurezza relativa della struttura menomata, i rematori guardarono la quarta torre avanzare verso le mura. I soldati erano riusciti in qualche modo a salire in cima, e lanciavano giavellotti contro i bastioni. Erano uomini coraggiosi, consider Demetrio. A una ventina di passi di distanza, un paio di lunghi pali forcuti vennero gettati avanti dalle mura. Dopo diversi tentativi, i difensori riuscirono a spingere di lato la torre, nella direzione in cui gi pendeva. Con un terribile schianto, seguito dalle urla degli uomini, la struttura si abbatt al suolo. Un urlo di esultanza si lev dai bastioni, e l'ufficiale sput con disgusto.
Ritirata, grid ai suoi soldati. E attenti alle pietre di quelle maledette catapulte.
Il guardiano dei rematori si affrett a ripetere l'ordine. Demetrio e i suoi compagni non ebbero bisogno di farselo dire due volte. Fuggirono, lasciandosi alle spalle Chio, e lanciandosi parecchi sguardi indietro.
Filippo era furioso per il fallimento del primo assalto, ma invece di andarsene, ordin ai rematori di abbattere altri alberi. Passarono diversi giorni. Furono costruite nuove torri d'assedio - una dozzina in tutto - e quando il nuovo attacco cominci, ne spinsero tre contro ciascun lato delle mura di Chio. L'artiglieria nemica non riusc a reggere. Galvanizzati dalla promessa di ulteriori premi da parte di Filippo, Demetrio e i suoi compagni furono i primi a raggiungere le mura. Osservarono, affascinati, i soldati in cima alla torre saltare sui bastioni e aprire una strada ai compagni dopo di loro.
Prima che Demetrio potesse pensare di unirsi all'attacco - nonostante il pericolo, era pi che pronto a lanciarsi in cerca di bottino - lui e il resto del gruppo ricevettero l'ordine di aiutare a spingere un'altra torre. Quando ebbero di nuovo raggiunto le mura, dall'interno della citt si sentivano gi le prime urla. Il desiderio di Demetrio di unirsi al saccheggio si sciolse come brina al sole del mattino. Prendere una bella spada o una sacca di monete da un guerriero contro cui aveva combattuto era un conto, decise, ma ben altra faccenda sarebbe stata aggredire delle donne indifese. I suoi compagni, tuttavia, non sembrarono preoccuparsene. Scalando la torre, si appropriarono di armi cadute in cima alla passerella e sparirono oltre le mura. Per non essere considerato un codardo, Demetrio li segu. La prudenza prevalse, e si arm di una lancia vecchia ma ancora efficace.
Il suo desiderio di essere un soldato fu messo alla prova poco dopo, all'entrata di una grossa casa. Quattro servitori ben armati la difendevano; mentre Onesa si avvicinava, uno gli piant una freccia nella gola. Urlando la loro rabbia, i rematori caricarono. Onesa non era stato un grande amico, per Demetrio, ma era comunque un suo compagno. Corse con gli altri, tenendo pronta la lancia. Lo scontro fu brutale. Senza esperienza, e senza neanche le capacit di base, i rematori erano bersagli facili. Altri tre furono uccisi quasi subito, e gli altri esitarono di fronte alla determinazione dei servitori. L'affondo abile di Demetrio, che infilz uno degli avversari nell'occhio, li rincuor. Altri due rematori morirono, ma ben presto la loro superiorit numerica ebbe la meglio sui difensori. Quando un secondo di loro fu ferito, gli altri due non riuscirono pi a difendere l'ampio cancello alto fino al petto di un uomo. Si girarono, abbandonando l'entrata. Mentre i rematori esultavano, Teocrito super il cancello e lo apr. Demetrio vide i suoi compagni entrare di corsa.
Sent dei piedi in corsa, e un gruppo di falangisti, senza le pesanti lance, pass l accanto. La speranza ormai perduta di Demetrio di diventare uno di loro torn a farsi sentire, pi forte che mai. Poi, la realt lo assal di nuovo. Non aveva alcuna possibilit di unirsi a loro. La sua unica speranza era quella di trovare qualche moneta; almeno, con quelle avrebbe potuto comprare un gregge di pecore. Si poteva cominciare con una dozzina; un giorno, magari, sarebbe riuscito a guadagnare abbastanza da comprarsi una fattoria tutta sua.
Sei tu il pazzo bastardo che ha salvato la vita a un ufficiale, l'altro giorno. La voce apparteneva a un falangista ingrigito dal tempo, con la barba corta. Zoppicava, trascinandosi dietro ai compagni. Un kopis insanguinato gli pendeva dalla mano destra; nella sinistra, stringeva un aspide dipinto di bronzo, decorato con la stella a sedici punte macedone.
Sorpreso di essere stato riconosciuto, e ammirato di fronte all'imponente soldato, Demetrio lott per trovare una risposta.
Il falangista gli si avvicin. Sei proprio tu.
S, mormor Demetrio, imbarazzato.
Il grande Zeus ha steso la mano su di te, quel giorno, questo  certo. Cosa ti  passato per la mente?
Niente, ammise Demetrio, sincero.
L'uomo scoppi a ridere di cuore. Immagino, gi. Quell'ufficiale  un bravo capo, ma pochi di noi avrebbero rischiato la vita per lui in quel modo, anche se fossimo stati abbastanza vicini. Lo osserv con attenzione, e poi osserv i cadaveri dei suoi compagni. Sei un rematore?
S. Demetrio inizi a odiare il rossore che gli aveva imporporato le guance.
Mai usata una lancia, prima d'ora?. Il falangista stava osservando la punta insanguinata dell'arma di Demetrio.
Nel mio villaggio. I ricordi tornarono di colpo. Si era allenato con il vecchio soldato che aveva il compito di trasformare i ragazzi in uomini. E aveva tirato pugni finch le braccia non gli erano sembrate piene di piombo. E aveva lottato con avversari pi grossi di lui, finendo bloccato al suolo con un braccio piegato dietro la schiena al punto da temere che gli si sarebbe slogata la spalla. E aveva guardato gli uomini del villaggio danzare in onore del dio Ares ogni estate. Erano scene piene di gloria, per un ragazzo, e Demetrio aveva dei vividi ricordi degli elmi e delle corazze di bronzo scintillante, e di come le punte delle loro lance brillassero alla luce dei fal. Mio padre voleva che diventassi un falangista. Ho imparato il pancrazio. E anche la lotta e il pugilato. Sebbene stesse dicendo la verit, non riusc a staccare lo sguardo dal suolo.
Tuo padre era un soldato?
Un fromboliere. Dopo aver servito nell'esercito,  diventato un pastore, rispose Demetrio. Aveva un piccolo gregge, ma diceva che non aveva importanza. Un cittadino  comunque un cittadino. E se un ragazzo  forte e abile, pu essere scelto per combattere nella falange. Ma questo non sarebbe pi accaduto, ormai, pens con amarezza.
Tuo padre diceva il vero, afferm il falangista. In passato, soltanto i ricchi potevano combattere nell'esercito, ma le cose sono cambiate, ormai. Si guard la gamba destra e fece una smorfia. Mi sono slogato una caviglia per salire sui bastioni, dannazione. Poi gli rivolse un cenno e si allontan.
Aspetta!, grid Demetrio.
Il soldato si gir. S?
S-stai dicendo che potrei diventare un falangista?.
Lui ridacchi. Non ho detto questo, ragazzo.
Oh. Le speranze di Demetrio crollarono.
Il falangista lo osserv ancora una volta da capo a piedi, come se lo vedesse per la prima volta. Dopo un attimo, riprese: Cercami nell'accampamento. Vedremo se  vero che conosci il pancrazio.
Le speranze di Demetrio schizzarono di nuovo verso le stelle. E se  vero?
Vedremo. Il falangista si allontan.
Demetrio aveva quasi raggiunto l'angolo pi vicino, quando un'improvvisa consapevolezza lo colse.
Come ti chiami?, grid.
Simonide.
Simonide, ripet Demetrio, felice come Giasone quando aveva conquistato il Vello d'Oro.

Capitolo 4.

Zama, a sud-ovest di Cartagine, autunno del 202 a.C.

In alto, nel cielo autunnale, degli avvoltoi si libravano sopra un'ampia piana erbosa circondata da basse colline coperte di alberi. Seguivano le correnti in stretti cerchi, ed erano tanti, tantissimi. Pazienti. Dagli occhi acuti. Silenziosi. I primi erano arrivati da un po'; altri li avevano seguiti, da soli o a coppie. Ora ce ne dovevano essere almeno cinquanta, e stavano diventando sempre di pi. Da lontano, si sarebbe potuta sospettare la presenza di un gran numero di carogne, ma non era morto ancora niente, sotto ai rapaci che volavano in cerchio.
La previsione era tutto.
A pi di cento miglia dalla grande citt di Cartagine, la piana sotto di loro era perfetta per lo scontro di due eserciti, e da l veniva il suono di uomini, animali e trombe. La polvere si sollevava in grosse nuvole. La luce si rifletteva su elmi e armi. Erano passate tre ore dall'arrivo delle prime truppe, ma molte migliaia di soldati, cavalli ed elefanti erano ancora in movimento. Ci voleva molto tempo perch gli eserciti fossero davvero pronti. Le unit di fanteria dovevano raggiungere le posizioni richieste. La cavalleria sui lati doveva radunarsi a dovere. Gli elefanti dovevano essere portati ai loro posti da chi li guidava. Giunse mezzogiorno; delle nuvole lievi coprirono il cielo, nascondendo il sole e facendo scendere la temperatura.
La piana era quella in cui il generale romano Scipione stava per affrontare Annibale Barca, il pi famoso figlio di Cartagine. Era uno scontro atteso a lungo da entrambe le fazioni in guerra, e il suo esito avrebbe determinato il vincitore di un aspro conflitto durato ben sedici anni. Invece di cingere d'assedio le potenti e lunghissime mura di Cartagine, o tentare un attacco navale ai suoi due porti gemelli, ci sarebbe stata una battaglia campale tra i due eserciti.
Nella seconda fila dell'esercito romano, costituita dai principes, si trovavano Felice, un legionario alto e robusto dall'espressione amichevole, e suo fratello maggiore Antonio. Erano entrambi sui venticinque anni, con i capelli neri e la carnagione olivastra; Antonio era pi basso del fratello, e molto pi severo e serio di lui. Erano figli di contadini di una zona a sud di Roma, e si erano arruolati insieme sette anni prima; erano ormai entrambi esperti veterani della guerra contro Cartagine.
Felice si sentiva sollevato al pensiero di essere l, alla fine. L'esercito di Scipione era in Africa da mesi, e in quel periodo, i Cartaginesi erano stati battuti due volte. Testardi fino all'ultimo, i loro capi avevano rifiutato di accettare la resa, e, in un ultimo atto disperato, avevano richiamato Annibale dall'Italia. Si diceva che molte delle sue truppe erano formate da nuove reclute inesperte, ma, finch non fossero state sconfitte, la guerra non sarebbe stata vinta.
Felice alz lo sguardo, e desider subito di non averlo fatto. Anche se Scipione avesse vinto, ci sarebbero stati tanti Romani morti, pronti per gli avvoltoi, quella sera. Stendi la tua mano su di me, grande Giove, preg Felice, come hai fatto negli ultimi sette anni. A quel punto, cancell i suoi timori meglio che poteva.
Pass altro tempo. Innumerevoli piedi facevano tremare la terra e i cavalli nitrivano. Gli ufficiali gridavano ordini. Gli elefanti si chiamavano con bassi barriti. Tra i principes non accadde nulla. Erano in posizione. Pronti a combattere, ma incapaci di agire finch non avessero ricevuto un ordine. Gli uomini pregavano, o parlavano tra loro a bassa voce. Alcuni facevano battute ad alta voce; altri controllavano furtivi l'equipaggiamento. Centurioni dagli occhi feroci andavano avanti e indietro, incitando gli uomini o minacciandoli, di tanto in tanto.
Felice cominci ad annoiarsi. Alla fine, non resistette oltre e sgomit il fratello. Che dici, vinceremo?.
Antonio lo fulmin con lo sguardo. Che razza di domanda  mai questa?.
Un tempo, Felice sarebbe stato intimidito da tanto disprezzo. Era pi giovane di Antonio di quattro anni e non era mai stato un grande studioso, cos era cresciuto all'ombra del fratello pi intelligente, ma la guerra contro Cartagine aveva cambiato il rapporto tra loro: se Antonio era stato il migliore durante l'addestramento, pi tardi il primo a essere promosso da hastatus a princeps era stato Felice. Non c' niente di male nel fare una battuta, ritorse, arricciando le labbra.
Antonio sembr sul punto di ribattere, ma di colpo si interess al terreno ai suoi piedi. I compagni intorno a loro fecero lo stesso.
Dubiti che possiamo vincere?, sbott una voce familiare.
Felice si sent sprofondare il cuore. Nonostante avesse mantenuto bassa la voce, il centurione Matone l'aveva sentito. Era inquietante come ci riuscisse sempre.
Slam! Felice vide le stelle, quando il vitis di Matone gli piomb sull'elmo.
Rispondi, verme!. Matone gli spinse l'estremit del bastone sul viso. Non pensi che oggi Scipione trionfer?
Non  quello che ho detto, signore. Felice ammirava Matone, che era forte, capace e un ottimo leader, ma non era davvero il caso di metterglisi contro. Volubile e imprevedibile, era noto per le sue sfuriate e per le punizioni violente che infliggeva alla minima infrazione.
E cosa hai detto, allora?. I denti di Matone erano spezzati e neri, e il suo alito puzzava di vino e cipolle.
Solo che non c' niente di male nel fare una battuta prima di una battaglia, signore.
Non dobbiamo prenderci gioco degli di. Matone alz lo sguardo al cielo, prima di fissare Felice con astio. E ogni uomo deve fare la sua parte.
Sono orgoglioso di combattere per Roma, signore, dichiar Felice, nascondendo il risentimento che provava. E lo sono sempre stato.
Niente pi scherzi stupidi. Basso, con le gambe storte eppure capace di instillare il terrore in ogni suo sottoposto, Matone si allontan, con quello sguardo acuto che controllava gli altri uomini.

Pomposo succhiacazzi, borbott Gneo. Dai capelli color fiamma, segaligno e con la lingua affilata come i lineamenti, era il comico della loro tenda.
Matone non  dell'umore giusto, disse Antonio. Fa' attenzione.
Gi. Felice era grato di sentire il fratello preoccupato per lui. Erano diversi, ma i legami di sangue erano pur sempre legami di sangue. Si guardavano sempre le spalle a vicenda. E lui provava gli stessi sentimenti per Gneo e i suoi altri compagni, la maggior parte dei quali era con lui dai primi giorni nella legione.
Il tempo continu a trascinarsi. Le nuvole si dispersero, facendo salire sempre di pi la temperatura e con lei la tensione. Le preghiere che all'inizio erano state borbottate a mezza voce si fecero udibili. L'odore acre dell'urina cominci a levarsi nell'aria, mentre diversi soldati si svuotavano la vescica piena per il nervosismo. A Felice sarebbe piaciuto fare una partita a dadi, intanto che aspettavano, ma la minaccia del vitis di Matone gli fece cambiare idea. Completata la sua preghiera a Fortuna, controllato l'equipaggiamento, allung il collo nel tentativo vano di capire cosa stesse succedendo davanti a loro.
Scipione aveva posizionato i suoi hastati, i legionari pi giovani, nella prima fila dell'esercito. I principes, come Felice e Antonio, facevano parte della seconda fila. Dietro di loro c'era l'lite della legione, i triari: i soldati pi esperti di Roma. Erano la met degli uomini delle prime due file, e venivano usati solo in caso di estrema necessit. A Felice non piaceva pensarci. Se si fosse arrivati ai triari, avrebbe voluto dire che lui e Antonio erano morti.
Un senso di disagio gli serr le viscere, mentre osservava la folla dei velites, i fanti da mischia, che riempivano il largo corridoio tra la centuria di Matone e il successivo gruppo di principes. C'erano spazi simili a intervalli regolare in tutto il fronte dell'esercito, lungo le tre file, ma nascosti alla vista dei nemici dalla presenza dei velites. Quando gli elefanti avessero caricato, la fanteria leggera si sarebbe ritratta lungo i corridoi e, secondo Scipione, sarebbe stata inseguita dai letali bestioni. Felice non era un generale, ma quella tattica gli sembrava rischiosa. Se fosse fallita, gli uomini pi vicini agli elefanti sarebbero morti. Cerc di non immaginare di essere impalato da una delle loro zanne, o calpestato fino a essere ridotto a una poltiglia sanguinolenta. Tese le orecchie, ma non sent squilli di trombe. Sent ancora le viscere annodarsi. Avrebbe voluto che quella maledetta battaglia fosse gi finita, lasciando vivi lui e i suoi compagni.
Matone era immerso in una fitta conversazione con il centurione dell'unit alla loro destra; Felice si prese un rischio. Port una mano alla bocca. Pssst!.
Nessuno dei velites lo sent. Ignorando Antonio che lo guardava accigliato, Felice ripet il tentativo, pi forte. Questa volta, uno dei velites si gir. Basso, magro e dalle guance scarne, poteva avere al massimo sedici anni; aveva uno scudo vecchio e ammaccato e lance dall'aria poco efficiente. Perfino la striscia di pelliccia di lupo che portava legata intorno alla fronte sembrava aver visto giorni migliori, eppure era spavaldo come un tribuno. Che c'?, ribatt.
Riesci a vedere qualcosa?, gli domand Felice.
S. Elefanti davanti al loro esercito, e cavalleria ai lati. Che ti aspettavi?, fu la pacifica risposta. Poi gli volse le spalle.
Felice digrign i denti, ma in realt non c'erano altre risposte che potesse aspettarsi. Vediamo di farla finita, eh', comment, rivolto a nessuno in particolare.
Gi. L'attesa  dura. La fronte di Antonio era imperlata di sudore.
Pi tardi, Felice avrebbe pensato che, dall'alto, Fortuna li stesse ascoltando.
Eccoli che arrivano!, url qualcuno, a una certa distanza da loro. Gli elefanti!.
Un coro di voci allarmate si lev tra le file dell'esercito; ci volle un po' di tempo perch i centurioni e gli altri ufficiali ristabilissero la calma. Felice ascolt, ma riusc a sentire solo vaghe urla dalle linee nemiche. Poi l'avvert: una vibrazione sotto i piedi. Ne segu un'altra, e poi un'altra ancora. Si scambi uno sguardo ansioso con Antonio. Lo senti?.
Lui annu, nervoso.
Matone comparve proprio in quel momento, con perfetto tempismo. Quei grossi bastardi grigi stanno arrivando, fratelli, ma noi sappiamo come affrontarli, giusto?. Non attese risposta. Quando saranno abbastanza vicini, i velites si ritireranno, aprendo i corridoi. Noi ci rivolgeremo verso l'interno, e gli elefanti caricheranno attraverso le nostre file. E se qualcuno non dovesse farlo, ci penseranno i nostri giavellotti.  chiaro?
S, signore!, ruggirono Felice e i suoi compagni.
Pi forte!.
s, signore!.
Matone sogghign. Mai assaggiata carne di elefante, prima d'ora. Ma penso che oggi lo far.
Il terreno cominci davvero a tremare. Le trombe risuonarono dalle postazioni della cavalleria e furono riprese lungo tutte le linee romane. Era una parte del piano di Scipione, quella di far spaventare gli elefanti, se possibile. Di colpo, la bile riemp la gola di Felice, e lui ebbe un conato di vomito. Sput, e riport dritte le spalle pi in fretta che pot, ma Matone gli fu addosso in un attimo, con gli occhi iniettati di sangue a un dito di distanza da quelli del giovane legionario.
Sei pronto, verme?
Fottiti, pens Felice. S, signore!.
Ricordati che ti osservo. Matone procedette lungo il fianco della centuria.
Felice mand un'altra preghiera a Giove, che non fece alcuna differenza sul suo stato d'animo, cos punt lo sguardo sui velites nel corridoio e tent di dare un senso compiuto agli squilli delle trombe, agli ordini urlati e al rombo violento che si avvicinava sempre di pi alla loro posizione. Era impossibile, era tutto troppo confuso, ma almeno ne fu distratto ed evit di vomitare ancora.
Quando i velites cominciarono a muoversi verso le retrovie, urlando e deridendo i nemici, si mostr una parte del campo di battaglia, lo spazio tra la centuria di Matone e la successiva. A un quarto di miglio di distanza, c'era l'esercito nemico. Felice non riusc a scorgere elefanti, e prov un enorme sollievo. Forse nessuno di loro sarebbe venuto da quella parte. Era abituato a combattere i soldati nemici, e per lui era una cosa ovvia; forse quel giorno avrebbe potuto limitarsi a quello.
elefante!, url una ventina di voci.
Una montagna grigia si mostr a un centinaio di passi di distanza. Con le orecchie allargate e la proboscide che barriva una sfida, era di sicuro furioso, ma anche spaventato. Sulla sua schiena si aggrappava un uomo, che stava tentando invano di far deviare la bestia dal corridoio per spingerla verso i legionari.
A Felice sembr quasi di sentire la risata beffarda di Fortuna.
Fronte a destra!, rugg Matone, in tono sicuro e calmo. Formate quattro file, e state pronti con i giavellotti.
Girandosi verso il corridoio, con Antonio da un lato e Gneo dall'altro, Felice serr le dita sull'asta del giavellotto fino a farsi male. L'elefante aveva coperto met della distanza che lo separava dal corridoio. Spar alla vista per qualche istante, ma poi torn visibile, con la coda che ondeggiava e le orecchie che sbattevano. Continuando a ignorare gli ordini dell'uomo che aveva in groppa, si avvicin sempre di pi all'apertura.
Ce n' un altro in arrivo, e anche un terzo!, url un hastatus, con la voce che si spezzava. Sono tre!.
Felice, pens lui. Che razza di nome. Mi avrebbero dovuto chiamare Infelice. Sfortunato.
 la cosa pi stupida che abbia mai fatto da quando mi sono arruolato nel fottuto esercito, bofonchi Gneo.
Pronti, fratelli!, url Matone. Lanciate al mio comando, non un attimo prima.
Felice guard il primo elefante, inorridito e affascinato allo stesso tempo. Invece di entrare dritto nel corridoio, sband contro alcuni hastati, facendoli volare come bambole di pezza. Con un violento movimento della proboscide, lanci di lato altri due uomini, che finirono sui compagni. Barr con rabbia, mentre si lanciava nel corridoio. Pi alto di una spanna rispetto al pi alto degli uomini, con le zanne scintillanti e la testa protetta da una corazza di cuoio, era una visione terrificante.
Passarono diversi istanti, prima che i centurioni tra gli hastati ritrovassero la calma. Si udirono dei rapidi ordini. Decine di giavellotti piovvero da destra e da sinistra. Perlopi non andarono a segno, altri volarono troppo alti e finirono tra i soldati dal lato opposto, ma forse una ventina colp il bersaglio.
Con le aste che sporgevano dalle zampe, dal petto e dal ventre, e l'uomo che lo guidava ucciso, l'elefante sembrava un gigantesco porcospino insanguinato. Nonostante le gravi ferite, non mor e non cadde. Barcollando e ondeggiando, punt dritto verso Felice e i suoi compagni.
Tenete pronti i giavellotti!. Per la prima volta, nella voce di Matone si avvert un fremito di terrore.
Una nuova pioggia di aste arriv da ogni lato, colpendo pi volte l'elefante. Eppure, l'animale continu ad avanzare. Con i piccoli occhi quasi chiusi, piomb contro una centuria di hastati a una ventina di passi dalla posizione di Felice. Afferrando un legionario urlante con la proboscide, lo lanci in aria. Calpest un altro a morte e ne mutil diversi, mentre gli hastati si lanciavano all'attacco, colpendolo con giavellotti e spade. Alla fine, con un violento barrito, l'elefante croll sulle zampe anteriori, e poi anche le posteriori si piegarono, ma lui non cadde. Non finch i giavellotti non lo trafissero in entrambi gli occhi, e met della proboscide gli fu tagliata. Solo allora piomb su un fianco. Un urlo roco si alz dagli hastati.
Non ci fu tempo, per Felice e i suoi compagni, di esultare per quel successo. Due elefanti, uno dietro l'altro, si stavano gi lanciando nel corridoio. Gli uomini si fecero cogliere dal panico e non tennero la linea; alcuni furono calpestati dalle gigantesche bestie, altri dai compagni stessi. Il sangue spruzz a fiotti nell'aria, quando a un legionario fu strappata via la testa. Gli scudi furono infilzati dalle zanne d'avorio e gli uomini che li imbracciavano impalati. I lanci irregolari di giavellotti che seguirono non riuscirono a ferire in modo abbastanza grave da fermarli nessuno dei due elefanti.
Le due bestie avanzarono, uno zigzagando verso il centro e l'altro procedendo verso l'altro lato del corridoio. Non ci travolgeranno, pens Felice, con un enorme sollievo. Grazie agli di.
L'elefante punt verso di loro.
Felice non vide mai lo sciocco che si fece prendere dal panico e lanci il giavellotto. Era cos vicino che non poteva mancare. L'elefante strill di rabbia e si gir, fin troppo veloce per la sua stazza, fronteggiando chi l'aveva colpito. L'uomo in groppa all'animale era ferito, ma comunque lo spinse verso i principes con una serie di acute urla.  finita, pens Felice, con il terrore che lo afferrava. Giove aveva distolto lo sguardo da lui; era Plutone, ora, che lo chiamava.
Matone ordin di lanciare i giavellotti, e di serrare i ranghi; quasi ci riuscirono, prima che l'elefante li raggiungesse. Con la proboscide che si muoveva da una parte all'altra come un'enorme mazza, e i piedi che si sollevavano alti per colpire qualsiasi cosa gli si parasse dinanzi, l'enorme bestia li caric, piombando in mezzo a loro. I due uomini alla sinistra di Gneo sparirono in un attimo. Lo stesso Gneo fu gettato di lato, finendo addosso a Felice, che riusc per un soffio a non cadere.
Non vedeva altro che l'elefante; non era mai stato cos vicino a una creatura tanto grande. Il sangue scorreva da una miriade di ferite sulla sua pelle; dai suoi fianchi pendevano dei giavellotti, bloccati nella sua carne dalle punte seghettate. Thwack. La proboscide rovesci un legionario, che fin addosso agli uomini di parecchie file pi indietro. Un impatto umido e un urlo di agonia si udirono subito dopo, quando la bestia us le zanne su un'altra vittima. L'istinto stava urlando a Felice di scappare pi lontano possibile da quel mostro inarrestabile, ma invece rimase dov'era. La morte era preferibile all'idea di abbandonare i compagni.
Rimettendo Gneo in piedi, sguain la spada. Sei con me?.
Il viso dell'altro era terreo per la paura, ma annu.
Antonio?, chiam Felice.
Sono qui.
Andiamo, ringhi Felice.
L'elefante era penetrato pi a fondo in mezzo allo schieramento dei principes. Un gruppo di uomini di Matone e di altri di diverse centurie si era radunato intorno alla sua testa. Il terreno alla sinistra della bestia, pi vicino a Felice, era pieno di corpi, sia morti che ancora vivi. Fece una smorfia, alle urla di dolore che si levarono al suo passaggio, ma non poteva fermarsi per aiutare nessuno, neanche per farli andare pi rapidamente nell'aldil. L'elefante doveva essere abbattuto. Giove, fa' che non mi veda, preg, mentre i sandali gli scivolavano sul sangue che scorreva sul terreno.
Felice pens che il dio avesse ascoltato la sua invocazione. Riusc ad avvicinarsi all'elefante di altri dieci passi, con Gneo e Antonio alle calcagna, e l'animale non se ne accorse. Non aveva idea di dove potesse trovarsi il punto debole della bestia. Tra le costole dietro alla zampa sinistra, gli sembrava un buon posto: di solito, era quello che si sceglieva per abbattere un cervo con un colpo solo.
Colpitelo dietro al gomito, sibil.
S, vennero le risposte.
L'elefante non poteva averli sentiti: il rumore della battaglia era assordante, eppure, quale che fosse il motivo, gir la testa. Dove doveva essere l'occhio destro era rimasta soltanto l'orbita vuota e sanguinante, ma quello sinistro, pi vicino a Felice, bruciava di ovvia furia. Cap con certezza di essere stato visto.
Presto!, grid.
Se si fosse girato verso di loro, presentando la parte frontale invulnerabile, sarebbero morti di certo.
Il tempo sembr rallentare. Gneo grid qualcosa. Un princeps infilz la proboscide dell'elefante. Con un barrito di dolore, l'animale si gir e calpest l'uomo, togliendogli la vita. Felice riusc ad avvicinarsi di altri tre passi. Con la spada sollevata, punt lo sguardo sulla zampa anteriore sinistra dell'elefante. Un icore la copriva fino all'altezza di un ginocchio umano, e lui si sent rivoltare lo stomaco. Port indietro il braccio destro. Giove, guida la mia lama, pens.
Fu quasi assordato dal barrito dell'elefante, e non vide altro che un muro di pelle grigia e spessa, mentre l'animale si girava, incombendo su di lui. Colpito alla testa dalla parte inferiore del petto dell'elefante, Felice si ritrov a terra. Per qualche miracolo, atterr in ginocchio e riusc a non perdere la presa sulla spada. Lo scudo era andato perso, schiantato in mille pezzi da un gigantesco piede grigio. Peggio ancora, ora era sotto il fottuto elefante. Alz lo sguardo, mentre il panico rischiava di coglierlo. Tentare di colpirlo a caso sarebbe stato inutile, come avevano dimostrato i giavellotti finiti contro il primo elefante.
Notando infine le costole dell'animale, mir al lato sinistro del petto. Sicuro di essere sul punto di compiere la sua ultima azione, Felice serr la spada con entrambe le mani e la sollev di scatto, piantandola nella carne dell'elefante. Abbastanza affilata da staccare la carne dalle ossa, la lama affond fino all'elsa senza fermarsi. Un tremito violento, mentre l'animale emetteva uno strano, affannato sospiro. Le sue zampe anteriori tremarono, e la spada fu strattonata verso il basso con forza immensa. Felice la lasci andare e cadde carponi. Un lampo potente di energia gli riemp le vene, al pensiero di essere schiacciato, e si affrett a strisciare verso la luce.
Riusc quasi a farcela.
Un peso immenso piomb dall'alto, intrappolandogli le gambe. Il riverbero dell'impatto lo fece cadere faccia avanti nella polvere, che gli riemp la bocca. Tutto si fece nero.
Con lentezza, Felice riprese i sensi. Non c'era un punto del suo corpo che non facesse male. Sentiva il sapore del terriccio sulla lingua, e rumori assordanti gli riempivano le orecchie. C'erano uomini che urlavano, imprecavano, gridavano. Pi lontano, si udiva il clangore delle armi; una tromba risuon forte. Non poteva essere l'aldil, pens, sentendo quel peso schiacciante sulla met inferiore del corpo. Girando la testa, riusc a scorgere la massa immobile dell'elefante che lo schiacciava.
Tent invano di liberarsi. La nausea gli risal in gola, quando si rese conto di non sentire pi le gambe, e men che meno i piedi. Forse aveva la schiena rotta. Gli era capitato di vedere uomini feriti in quel modo, in precedenza: creature ormai a met, che avevano bisogno dell'aiuto degli altri anche solo per pulirsi il culo. La morte era preferibile a un destino del genere. Non abbandonarmi adesso, Giove, pens. Ti prego.
Alla fine, i rumori della battaglia si fecero pi rarefatti, e poi tacquero del tutto. Delle voci che parlavano latino si avvicinarono, e Felice inizi a chiamare aiuto. Si sent riempire di gioia, quando dei volti amici gli comparvero davanti, superando i mucchi di cadaveri. Antonio era tra loro.
Fratello!. Con il volto macchiato di sangue, ma per il resto indenne, Antonio si inginocchi accanto a Felice. Alz lo sguardo sull'elefante con un'espressione sconvolta. L'hai ucciso?
Forse. Credo di s. Dov' Gneo?.
Antonio scosse il capo con tristezza.
E gli altri del contubernio?
Per la maggior parte sono vivi, credo. Antonio cerc di spingere l'elefante e imprec. Sei ferito?
Non sento niente dalla cintola in gi.
Ti tireremo fuori in un attimo. Vedrai, starai bene.
Felice preg che il fratello non stesse solo cercando di rassicurarlo.
La notizia che uno di loro era intrappolato si propag tra i legionari pi vicini alla velocit del fulmine. Delle corde furono legate alle zampe dell'elefante, che, per fortuna, era rivolto nella direzione opposta, e gruppi di uomini si radunarono intorno a Felice, pronti a spingere, mentre i loro compagni, dal lato opposto, tiravano. Antonio, preoccupato e teso, dirigeva le operazioni, assicurandosi che ci fossero uomini in ginocchio ai due lati di Felice.
Non appena l'elefante si solleva, ordin, spingeteci sotto quegli scudi a faccia in su, quanti pi potete. Se quegli idioti con le corde dovessero perdere la presa, non voglio che sia schiacciato di nuovo.
Una nuova ondata di terrore si rivers su Felice, mentre, con urla di sforzo e fatica, la carcassa gli fu tolta da sopra. Antonio lo tir via all'istante; poi diede il segnale, e i legionari dall'altro lato dell'elefante mollarono la presa. L'enorme corpo ricadde al suolo con un tonfo sordo. Felice fece una smorfia, senza considerare le urla di gioia che si alzavano al cielo.
Antonio era al suo fianco. Riesci ad alzarti?
No!. Il giovane allung una mano e si strinse con forza una coscia. Un lampo di dolore lo attravers, e lui sent rinascere la speranza. Pizzicami un polpaccio.
Comprendendo cosa cercasse di dimostrare, Antonio obbed. Lo senti?
S. La voce di Felice era roca. Vai pi in basso. Ebbro di eccitazione nel sentire le dita del piede sinistro che iniziavano a formicolare, abbass gli occhi. Prova con l'altra gamba. Antonio lo fece, e Felice esult, quando sent il formicolio iniziare anche nel piede destro. Aghi e spilli gli trafissero piedi e gambe, mentre, aiutato dal fratello, si massaggiava le gambe. Pian piano, il sangue e le sensazioni tornarono a scorrergli nelle membra. Sorrise raggiante ad Antonio. Sto bene. Sto bene.
Siano ringraziati gli di. Forza, andiamo.
Antonio lo aiut ad alzarsi, cosa che fece esultare di nuovo i loro compagni.
A quel punto, comparve Matone, e tutti si zittirono di colpo. Antonio spieg cos'era successo, e il centurione lanci uno sguardo duro a Felice. Dunque, l'elefante ti  caduto addosso, eh?
S, signore. Dopo averlo infilzato al petto. Felice fece muovere una gamba e poi l'altra, lieto del formicolio che ancora gli pervadeva la carne.
Matone borbott: Dov' la tua spada?
Sotto l'elefante, signore.
Antonio e gli altri che lo sentirono sogghignarono, ma Matone non sembr molto colpito. Trovatene un'altra. E uno scudo. Port la mano alle labbra, rivolgendosi agli altri. Recuperate tutti i giavellotti che riuscite a trovare, e poi tornate in formazione, vermi. E fate in fretta! L'avanzata potrebbe suonare da un momento all'altro.
Trovando il corpo massacrato di Gneo l vicino, Felice prese la sua spada e il suo scudo. Non c'era tempo per piangere la morte dell'amico, ma solo per accettare il giavellotto che Antonio gli pass, cos da poter affrontare di nuovo il nemico. Le perdite erano state pesanti: dieci uomini della centuria erano morti, e un'altra mezza dozzina erano feriti in modo troppo grave per continuare a combattere. E il massacro era solo all'inizio.
Matone non consider le perdite. Camminando avanti e indietro lungo la prima fila e i lati della centuria, disse ai suoi uomini che avevano fatto un ottimo lavoro con gli elefanti.
A parte l'idiota che ha tirato quel giavellotto, sia chiaro, ringhi. Se dovessi mai scoprire chi  stato....
La maggior parte dei bestioni era stata uccisa o era fuggita dall'altra parte dei corridoi, spieg Matone, e non sarebbero tornati. Alcuni si erano girati ed erano corsi, nel panico, verso l'esercito cartaginese. I rapporti affermavano che la cavalleria nemica era stata scacciata dal campo di battaglia. Quando le trombe avessero suonato, i principes dovevano marciare all'attacco dietro agli hastati. Matone sogghign. Dimostreremo a quei bastardi Cartaginesi cosa sanno fare i legionari, fratelli!.
Ancora in estasi per come si era salvato, Felice url il suo entusiasmo con tutti gli altri.
La predizione di Matone si avver poco dopo. Dei messaggeri di Scipione arrivarono e ordinarono di avanzare. Acuti squilli di trombe risuonarono sul davanti dell'esercito, e il terreno riverber sotto al calpestio di migliaia di sandali chiodati. Sebbene Felice fosse davanti alla sua centuria, non riusciva a vedere il nemico, a causa degli hastati davanti a lui. Da quando era stato promosso a princeps, non si era mai abituato a quella posizione, e cos, per distrarsi, cominci a contare i passi. Avanzarono di un centinaio. Matone, comprendendo l'importanza dello scontro imminente, si sistem al centro della prima fila, da cui continu a urlare i suoi incoraggiamenti. In fondo alla centuria, l'optio ripeteva le sue parole.
Duecento passi.
Urla e grida si udirono dalle prime file: erano le urla di battaglia del nemico. La vigorosa risposta di Matone non fu che una continua e incessante ripetizione della parola roma!, mentre sbatteva la spada contro lo scudo. Felice e i suoi compagni lo imitarono, e in quel modo coprirono altri centocinquanta passi. Dovevano essere vicini, pens Felice. Molto vicini.
Gli hastati caricarono un attimo pi tardi, urlando a pieni polmoni.
Matone e gli altri centurioni fecero in modo che i loro uomini li seguissero, a passo di marcia, a file di dieci uomini in lunghezza e tutti quelli che c'erano in profondit. La seconda centuria di ogni manipolo segu la prima. Si fermarono a una trentina di passi dalla massa degli hastati, che avevano assalito il nemico con uno schianto da risvegliare i morti. Tenete la linea, fratelli!, url Matone, girandosi a guardarli. Piantate a terra gli scudi. Fatevi una pisciata. Bevete, se ne avete bisogno. Presto toccher a noi.
Le gambe funzionano?, volle sapere Antonio da Felice.
Mi hanno portato fin qui.
Sei stato fortunato.
Gi. Accetta l'elefante come offerta, Giove, preg Felice. Se riuscir a sopravvivere a questa giornata, avrai anche un ariete.
Cupi in volto, attesero l, mentre gli hastati facevano del loro meglio contro i Cartaginesi. Non si vedeva nulla, dei nemici, a parte le lance, che si sollevavano in alto e ricadevano sugli hastati. Le file davanti a Felice ondeggiavano e fremevano, mentre l'andamento dello scontro continuava a cambiare. Gli optiones erano pronti con i loro lunghi bastoni, e di tanto in tanto colpivano per rimettere in formazione gli uomini.
L'istinto port Felice a sguainare la spada di Gneo. Maled la lama poco affilata, ma non ne fu sorpreso. Il suo compagno non era mai stato un granch con la cote. Appoggiando lo scudo contro il giavellotto piantato nel terreno, cerc nella borsa la sua. Con qualche colpo attento, pass la pietra violacea sul ferro, pi e pi volte. Il ritmo confortante lo distrasse dal caos e dagli spargimenti di sangue davanti a lui. Provando infine il filo della lama con il pollice, annu con soddisfazione. Per il momento, avrebbe funzionato.
Dammi qua, disse Antonio, tendendo la mano.
Felice osserv il fratello affilare la propria arma. Ridammela, ordin, quando Antonio ebbe finito.
Non ti fidi di me?
No.
Entrambi ridacchiarono. Era la loro solita battuta. La cote gallica di Felice era di ottima qualit, e Antonio la desiderava da tempo.
Smisero di ridere quando notarono che un optio delle truppe davanti a loro correva a parlare con Matone.
Preparatevi, fratelli!, rugg il centurione, un attimo dopo. Gli hastati stanno per ritirarsi.
Felice recuper in fretta scudo e giavellotto.
Sotto gli occhi attenti dei loro optiones, gli hastati iniziarono ad arretrare, una centuria alla volta. La ritirata di ogni unit apriva un varco nel fronte romano, e Matone faceva correre i suoi uomini a riempire il primo spazio disponibile. Gli hastati rimasti avrebbero dovuto reggere finch i principes non fossero stati in posizione, e a quel punto lo spazio lasciato dalla loro ritirata fosse stato riempito dalla successiva centuria di principes, e cos via. Con grande sorpresa di Felice, lui e i suoi compagni erano ancora a una ventina di passi dal fronte quando alcuni degli ultimi hastati cominciarono a non tenere pi la posizione. Sporchi di sangue, e in molti anche feriti, sembravano esausti, e non parevano preoccuparsi dell'enorme buco che stavano creando nella linea romana.
Con gli occhi acuti, Matone cap cosa stava succedendo. Pi in fretta, vermi!, sbott, mettendosi a correre.
Tutti lo imitarono; si rimisero in formazione proprio mentre raggiungevano gli hastati. Affannati, strinsero i ranghi, con gli scudi separati da circa un passo, tenuti all'altezza degli occhi, e i giavellotti pronti.
Il nemico non  pronto ad attaccare. Si sta riorganizzando, dichiar Antonio, soddisfatto.
A forse venticinque passi di distanza, oltre un tratto di terreno coperto di cadaveri, feriti e armi abbandonate, c'erano gli avversari. Una massa sfinita di frombolieri liguri, galli e delle Baleari, e di fanteria cartaginese e africana. Gli ufficiali e i capitrib andavano avanti e indietro, latrando ordini e spingendo gli uomini in posizione.
Con tutte quelle truppe diverse, devono essere la prima e la seconda fila, comment Felice. Lanci uno sguardo a destra e a sinistra, notando che c'erano spazi non ancora riempiti.  un bene, che non siano ancora pronti. Se ci avessero attaccato ora, saremmo stati fottuti.
Nonostante la disorganizzazione, alcuni nemici compresero quell'opportunit. I frombolieri delle Baleari cominciarono ad avanzare verso i principes. Rotearono le frombole sopra la testa e lanciarono i proiettili con schiocchi violenti. La maggior parte dei legionari sollev lo scudo, ma non tutti. Due uomini crollarono, storditi dall'impatto delle pietre sugli elmi. Notando il successo dei frombolieri, i Galli iniziarono a levare grida di guerra e sbatterono le spade sugli umboni degli scudi.
Non sembrava ancora che gli spazi rimasti aperti sul fronte romano fossero sul punto di essere chiusi.
Negli istanti angosciosi che seguirono, Matone diede il meglio di s. Avanzando lungo la prima fila, url in faccia a ciascuno degli uomini: Pronto?. E ad ogni S, signore!, batteva una pacca sulla spalla del soldato e andava avanti. Continu a dare le spalle al nemico per tutto il tempo.
Ha le palle pi grosse di quelle di Priapo, borbott Felice.
Antonio e i suoi compagni ridacchiarono.
Colpite gli scudi, url Matone. Forte quanto quei selvaggi laggi!.
Clash, clash, clash, fecero gli scudi di Felice e dei suoi compagni. roma! roma!.
Il rumore tenne a bada i Galli abbastanza a lungo da permettere agli ultimi principes di arrivare. Tutti esultarono, quando i punti vuoti nella linea furono finalmente riempiti.
Prima un lancio di giavellotti, e poi avanzeremo. Al mio segnale, fratelli!. Matone sollev il braccio destro.
Il sangue cominci a pulsare nelle orecchie di Felice, cancellando il clamore. L'avambraccio sinistro bruciava per lo sforzo di tenere sollevato lo scudo. Sotto la cotta di maglia e il subarmalis, la tunica inzuppata di sudore gli si incollava alla pelle. Un dolore sordo gli si irradiava dalla base della schiena, e si domand se l'elefante non gli avesse causato danni permanenti. Non aveva molta importanza, decise. La morte lo stava comunque salutando.
Le trombe squillarono. Gli ufficiali urlarono.
lanciate!, rugg Matone.
Inalando un respiro profondo, Felice lanci.
Tempo dopo - Felice non avrebbe saputo dire quanto - fu suonata la ritirata. Uno scontro feroce, senza cedimenti da nessuna delle due parti, aveva visto cadere moltissimi uomini. Centinaia di corpi, romani e cartaginesi, giacevano gli uni sugli altri nel freddo abbraccio della morte. Innumerevoli armi e scudi abbandonati erano sparsi in giro, sopra o sotto i cadaveri. Con il terreno cos ingombro, la battaglia si era spezzata in diversi scontri pi piccoli e crudeli, impossibili da controllare o gestire. Nel corso di uno di questi, Felice e Antonio si erano ritrovati da soli con i compagni di tenda, ed erano stati fortunati a sopravvivere.
La centuria aveva subto altre perdite: sei morti, e lo stesso numero di feriti. Un compagno di Felice e Antonio era tra i secondi, mentre gli altri fratelli se l'erano cavata indenni. Matone aveva un taglio lungo il braccio destro; non era grave, ma aveva dovuto scambiarsi il posto con il loro optio Paullino, un individuo tetro con un naso a bulbo e un profondo amore per il vino. Sebbene Paullino avesse un carattere pi accettabile di quello di Matone, non era un leader come lui, e il segnale di ritirata fu un sollievo per tutti.
La tregua fu breve, appena il tempo di fare in modo che i feriti ricevessero le prime cure e fossero mandati nelle retrovie. Gli ordini di Scipione, diffusi tramite rapidi cavalieri, erano di radunarsi nelle unit originarie, per poi unirsi ai triari, che alla fine stavano per essere mandati in campo.
Ci siamo, fratelli, dichiar Matone. Pallido in volto, ma combattivo come sempre, aveva una rozza fasciatura intorno al braccio ferito. Le cose sono in mano ai triari. E voi sapete cosa significa.
Che sta andando tutto a puttane, sbott qualcuno dalle retrovie.
Felice e Antonio si scambiarono uno sguardo eloquente. I triari erano stati utilizzati soltanto in una battaglia in cui si erano trovati; ed era stata una vittoria molto sofferta.
La risata di Matone non fu molto piacevole. Gi, hai ragione. Quei gugga sono pi testardi di quanto pensassi. Gli hastati non sono riusciti a spezzarli. Noi abbiamo fatto del nostro meglio, eppure hanno retto comunque. Prima di attaccarli ancora, dovremo ascoltare le stronzate dei triari. Inutili vermi, vi chiameranno. Succhiacazzi. Figli di puttana biliosi. Fotticapre. Mordicuscini... ci considerano molles del peggior tipo.
Felice e gli altri ringhiarono, furiosi.
Il sorriso di Matone avrebbe fatto scoppiare in lacrime un bambino.
Non vi piace? Bene.
Per tutta risposta, i principes ulularono come lupi affamati.
Lasciate perdere i triari. Sono dei vecchi, paragonati a voi, uomini nel pieno delle forze. Lasci che esultassero e continu, sorridendo: Voi siete la gloria di Roma! Siete soldati migliori di qualsiasi gugga infanticida e bastardo schierato dalla parte di Annibale. Meglio di quei selvaggi depravati dei Galli, o di quegli animali mezzi nudi delle Baleari. Siete migliori perfino di quei bastardi libici con le loro lunghe lance.
Da parte di Matone, quella era una lode rara e inaspettata. I principes la apprezzarono, urlando fino a perdere la voce. Quando una delle unit dei triari si affianc loro, non la degnarono di uno sguardo.
Dovrei essere con voi, nello scontro imminente, ma la sfortuna ha deciso che non andr cos. Accigliandosi, Matone sollev il braccio ferito. Rendetemi orgoglioso di voi, fratelli. Onorate la vostra centuria e il vostro manipolo. Rendete orgogliosa la vostra legione! E Scipione!.
Avevano bisogno di quanta pi volont possibile, nello scontro che sarebbe seguito. I nemici non stavano combattendo tutti per la loro patria - la maggior parte di loro non era neanche cartaginese, e Felice lo sapeva - ma qualcosa aveva fomentato il loro coraggio proprio come Matone aveva fomentato i suoi principes. Che fosse merito di bravi capi, della consapevolezza che i prigionieri non sarebbero stati risparmiati, o solo della fedelt ad Annibale, lui non lo sapeva. Quello scontro era titanico, pi brutale di qualunque battaglia avesse mai visto in sette anni di guerra.
Nessuna delle due fazioni aveva arretrato di un solo passo. Quando un uomo veniva ucciso o ferito, un altro avanzava per prendere il suo posto. Se uno scudo veniva danneggiato o una spada spezzata, chi era nella fila pi indietro si affrettava a passare le proprie armi ai compagni. Per due volte, i guerrieri nemici arrivarono vicini a conquistare lo stendardo della centuria di Matone, ma la brutale determinazione dei principes lo evit. Rivelandosi all'altezza della situazione, Paullino combatt come un demone. Url insulti ai nemici, usandone alcuni che facevano a gara con quelli di Matone, e alla fine si ritrov tagliato fuori dai compagni, in uno degli ultimi scontri.
Paullino  caduto!.
La notizia si propag lungo la centuria come un gelido soffio di vento invernale, di quelli che riuscivano a scoperchiare i tetti.
La sua morte cre pi che un semplice vuoto in prima linea. Il morale, quell'eterea emozione, croll parecchio. Gli uomini afflosciarono le spalle, e gli insulti e i ringhi con cui avevano affrontato ogni assalto nemico si persero nel nulla. Costretto a stare nelle retrovie, Matone non poteva vederli e non aveva modo di reagire. Il vuoto lasciato da Paullino era gi stato riempito dal ringhiante Gallo a torso nudo che l'aveva ucciso. Dietro di lui c'era un'altra mezza dozzina di guerrieri, galvanizzati dal successo del compagno.
Felice era in seconda fila: si era scambiato con altri da poco, per riprendere fiato. Era abbastanza vicino da comprendere in quale guaio fossero finiti. Con la forza della disperazione, si spinse oltre i compagni terrorizzati, gridando ad Antonio di seguirlo.
Per sua fortuna, il primo Gallo era troppo impegnato a calpestare il princeps che aveva appena ucciso per accorgersi di lui. La spada di Felice gli si piant tra le costole, prima che la ritraesse: il Gallo cadde, cibo per vermi prima che potesse rendersene conto. Il guerriero alle sue spalle url di rabbia e si gir per fronteggiare Felice, che gli piant la spada nella bocca. I denti si spezzarono e il sangue schizz da ogni parte. La spada si ferm quando raggiunse la spina dorsale del nemico.
Costretto a lottare per liberare l'arma, Felice sarebbe morto, se Antonio non fosse comparso alla sua sinistra. Mentre un terzo guerriero tirava indietro la lancia, Antonio lo colp sotto l'ascella. Un affondo preciso, che gli permise di tenersi pronto ad affrontare il successivo Gallo. Felice aveva addosso un paio di guerrieri, a quel punto, ma i principes intorno a loro erano stati spronati dalla loro azione decisa. Si riunirono come un branco di cani feroci su una carcassa, e i guerrieri caddero sotto una pioggia di lame.
Riformate i ranghi!, url Felice. Chiudete il buco!.
Ora che erano di nuovo schierati, lui, Antonio e gli altri furono costretti ad affrontare un nuovo violento assalto da parte dei compagni del Gallo morto. Tutti i suoi sforzi stavano per essere distrutti. Felice sput in faccia ai guerrieri, li chiam animali fottipecore nella loro lingua, us ogni trucco che conosceva. Due dei guerrieri abboccarono e morirono. Con un paio di loro funzion pestargli i piedi nudi, costringendoli a spostare lo sguardo dalla sua spada per il dolore. E il caro, vecchio trucco di sbattere l'umbone dello scudo contro il nemico, per poi finirlo con un rapido colpo di spada, si rivel utile contro un ragazzo ancora imberbe.
Senza considerare le perdite, i nemici continuarono ad attaccare. Ai Galli si un un gruppo di Libici, che usarono con molta efficacia le loro lunghe lance. Quattro principes morirono uno dopo l'altro, e altri furono feriti. Un potente assalto con le lance, e i Libici avanzarono di diversi passi. Con i muscoli che urlavano per lo sforzo e il respiro affannoso nella gola secca, Felice pieg le ginocchia e scivol a fatica tra le aste delle lance. Riuscendo in qualche modo a stringere ancora lo scudo pesante, e a non farsi infilzare, avanz verso i Libici. Nel corpo a corpo, quei soldati non avevano difese. Un affondo di spada, poi un secondo, e aveva gi abbattuto due uomini. Avanti!, rugg Felice, alle sue spalle. Non poteva farcela da solo.
Subito dopo, Antonio lo raggiunse, con quattro altri compagni alle calcagna. Insieme, riuscirono a penetrare nella formazione libica. Quell'azzardo funzion: la fila successiva aveva le lance in resta e non poteva difendersi da vicino. Ben presto, per, i Libici lasciarono cadere le armi e sguainarono le spade. Una dozzina di battiti, e tutti gli uomini nelle vicinanze avevano sollevato gli scudi per affrontare gli intrusi.
Felice e i suoi compagni si ritrovarono circondati su tre lati, e nel frenetico scontro che ne segu, iniziarono a cadere come mosche, uno dopo l'altro. Ormai a corto di energie, con la speranza che cedeva, Felice maledisse la sua avventatezza. Continu a combattere, certo che sarebbe morto, ma sperando che Antonio potesse in qualche modo sopravvivere.
Ascolta!. Il respiro caldo di Antonio gli sfior l'orecchio.
Felice blocc la spada di un nemico con lo scudo, sentendo il riverbero doloroso risalirgli violento il braccio sinistro. Scatt indietro, di riflesso, e si allung in un affondo contro il Libico con la sua arma, ottenendo una breve tregua. Cosa?.
Antonio era troppo intento a combattere per poter rispondere.
Mentre ancora si scambiava colpi con il nemico, Felice tese le orecchie. Il clamore della battaglia era assordante: urla, grida e schianti di armi si mischiavano a squilli di trombe, nitriti di cavalli feriti e, pi lontano, barriti di elefanti. Non aveva idea di cosa avesse sentito Antonio. Il Libico spinse ancora contro di lui, feroce, e Felice si raccolse dietro lo scudo.
Un tremito. Sotto i piedi, sent la terra muoversi. Ancora.
Il Libico si blocc.
Ancora un tremito.
L'ha sentito anche lui, pens Felice.
La terra vibr e si scosse di nuovo. Degli zoccoli risuonarono, a migliaia, dalle retrovie cartaginesi. Ne seguirono urla confuse e grida di terrore.
Di colpo, Felice cap.  la nostra cavalleria!, rugg. La nostra cavalleria  tornata!.
Il Libico impallid. Aveva capito le parole di Felice, sebbene il latino non fosse la sua lingua d'origine. Bloccati tra i legionari e la cavalleria numidica, lui e i suoi compagni stavano per essere massacrati. La voce si stava gi diffondendo, e perfino un cieco avrebbe avvertito le file di lancieri esitare e agitarsi. Altri principes si fecero avanti per affiancare Felice e Antonio, e insieme avanzarono, tra fendenti, affondi e urla di sfida contro i Libici, che si trovarono costretti ad arretrare.
Con un grido feroce, l'avversario di Felice sferr un ultimo attacco. Avanzando troppo con la spada, espose l'ascella. Felice colp. La punta della lama affond, piantandosi nel polmone del Libico. Tossendo una schiuma rossastra, l'uomo inciamp e cadde. Con un rapido affondo, Felice gli spezz la spina dorsale. Quando rialz la testa, vide che il resto dei lancieri era in rotta. Molti erano gi in preda al panico. Disarmati, senza rinforzi, si spintonavano e colpivano nell'ansia di fuggire dal campo di battaglia.
Ululando per la sete di sangue, Felice e i suoi compagni li inseguirono.

Capitolo 5.

Filippo era andato a controllare le rovine di Chio con il figlio tredicenne Perseo e un gruppo di guardie del corpo. Una colonna di fumo era ancora sospesa sopra la citt, a testimonianza degli incendi appiccati dai suoi soldati durante i saccheggi. Gli edifici in rovina erano in gran parte bruciati; di tanto in tanto, uno schianto e una nuvola di scintille annunciavano il crollo della trave di un tetto. I cadaveri costellavano le strade: uomini, donne, bambini. Troppi, per i gusti di Filippo: i morti non servivano a nessuno, come disse a Perseo.
La prossima volta che una citt verr conquistata, dichiar il re, far in modo che gli ufficiali mantengano meglio il controllo degli uomini. Not che Perseo distoglieva lo sguardo dai cadaveri. La guerra  terribile, ma necessaria, e questo..., Filippo mosse un braccio, mostrando tutta quella distruzione, ... ci che accade.
Queste persone non sono barbari, padre, protest Perseo. Alto per la sua et, aveva la costituzione snella e gli occhi acuti di Filippo, insieme alla stessa sicurezza. Come suo padre, indossava una corazza di bronzo e degli schinieri dello stesso materiale, sebbene l'elmo crestato di rosso di Filippo fosse il pi decorato dei due. Una bella spada pendeva al fianco di Perseo. Il ragazzo accenn al corpo di un uomo vestito di un chitone elegante. Sono liberi Greci.
Questo  vero, rispose Filippo. E sono alleati dell'Etolia. Devo ricordarti forse come gli Etoli siano stati per anni una spina nel fianco, per me?.
Perseo scosse la testa. Sono andati a chiedere aiuto a Roma contro di noi.
Sono sciacalli traditori, non dimenticarlo mai.
Perch Chio era alleata con l'Etolia, padre?.
Filippo si strinse nelle spalle. Con tutta probabilit, gli Etoli devono averli aiutati contro un aggressore, una volta. Oppure, il figlio di un governatore sar stato istruito in Etolia, ed  diventato amico del figlio di un nobile locale. Le alleanze sono cose strane, ma questo spiega perch cos tante citt lungo la Propontide rispondano a diversi poteri: Macedonia, Etolia, Egitto.
Avrebbero fatto meglio ad allearsi tutte con te, padre. Il viso di Perseo si illumin.
Filippo offr un sorriso al figlio. Nonostante l'alleanza di Chio con l'Etolia, sarei stato la benevolenza personificata, se la sua gente mi avesse accolto come suo re. Nessuno sarebbe morto, tranne forse qualche membro troppo testardo dell'assemblea pronto ancora a opporsi al mio governo. Anche se si fossero arresi dopo una breve battaglia, avrei risparmiato la maggior parte di loro.
Alessandro si comportava cos.
Infatti. Filippo fu deliziato da quel commento. Per anni, il suo scopo era stato quello di riconquistare prima i territori ottenuti dal padre di Alessandro, Filippo come lui, e poi l'impero costruito dal Leone di Macedonia. Invece di sottomettersi, tuttavia, costoro mi hanno chiuso le porte in faccia. E hanno opposto una strenua resistenza. Filippo accenn con freddezza a un vecchio a cui avevano tagliato la gola da un orecchio all'altro. Questo  ci che si sono meritati.
Aiuto! Aiutatemi!.
La voce di una donna riecheggi dal cortile di un edificio alla loro sinistra. Un tempo era stata un'elegante struttura a due piani, ma ormai era quasi del tutto bruciata e crollata.
Mentre Filippo faceva per procedere verso quella voce, il capitano delle sue guardie del corpo gli si mise davanti. Maest, potrebbe essere una trappola.
Lui inarc un sopracciglio. Consapevole dei rischi, per quanto minimi, non si oppose quando l'ufficiale invi tre uomini all'interno della casa prima di lui. Filippo li segu, posando una mano sull'elsa adornata della sua kopis. Perseo non si fece lasciare indietro. Oltre il portico, si arrivava a un ampio ingresso. Un forte odore di grano e olive bruciati proveniva dalla prima porta a sinistra. Filippo guard all'interno; c'erano scaffali caduti e stoviglie rotte dappertutto: la stanza doveva essere stata un magazzino. Oltre l'ingresso c'era un cortile rettangolare, il cui lato lungo correva parallelo alla facciata davanti dell'abitazione. Alla destra di Filippo c'era una piccola zona coperta con un altare, il luogo in cui la famiglia pregava. Il resto dell'edificio era ridotto a mucchi di tegole, mattoni e spezzoni di travi.
Da questa parte, maest. Le tre guardie del corpo si trovavano in fondo al cortile, accanto a quello che sembrava un corridoio posteriore. Una donna era accovacciata l accanto. Scavava e li esortava ad aiutarla.
Quando si avvicin, Filippo not la mano coperta di polvere che sbucava dalle macerie. Le dita si mossero appena, e lui comprese la disperazione della donna.
Aiutatemi!, grid lei alle guardie.
Le lacrime avevano formato righe chiare lungo le guance coperte di cenere, e aveva gli occhi rossi di stanchezza e terrore. Era una bella donna, sebbene il chitone che indossava fosse strappato e sporco. Di colpo, vide Filippo e cap che doveva essere importante, anche non riconoscendolo. Ti prego, signore, lo implor. Sono ore che cerco di liberare mio figlio.  ancora vivo, ma si sta indebolendo sempre di pi.
La donna si alz, con le mani insanguinate protese verso di lui in un gesto di preghiera. Subito la guardia del corpo pi vicina si port davanti a Filippo.
Padre, lo implor Perseo. Ti prego.
Era il momento che suo figlio imparasse qualcosa di pi su come si comportava un re, pens Filippo. Che state aspettando?, esclam. Fate come chiede questa povera creatura.
Le guardie, sorprese, si affrettarono a obbedire. Filippo ne chiam altre dalla strada, e ben presto le macerie furono rimosse, liberando cos il ragazzo privo di sensi. Doveva avere forse diciotto anni, e non sembrava ferito, a parte una gamba contusa. Un po' d'acqua gli fu versata sul viso dalla borraccia di una delle guardie e lui rinvenne, tossendo. Apr gli occhi, sbattendo le palpebre, per poi mettere a fuoco sulla madre, inginocchiata accanto a lui. La donna grid di gioia: Grazie a tutti gli di!.
Ringrazia il re, piuttosto, borbott una guardia del corpo.
La donna, sconvolta, si gir verso Filippo. Maest, non ne avevo idea. Perdonami.
Filippo sorrise. Non importa.
Mille grazie, maest, disse lei, con gli occhi traboccanti di lacrime.
Tuo figlio sta bene?, domand Filippo.
Lei abbass lo sguardo. Sei ferito?
Mi sembra che mi sia passato sopra un mulo... due volte, replic il giovane, con una smorfia. Sollev un braccio e poi l'altro, e fece lo stesso con le gambe. Ma sembra che sia tutto a posto.
Gli occhi della donna si riempirono di nuove lacrime, quando il figlio riusc a sedersi. Che Zeus Soter ti benedica e ti guidi sempre, maest, disse a Filippo.
Lui le rispose con un breve sorriso. Portateli insieme agli altri, ordin.
L'espressione delle guardie del corpo, che fino a quel momento erano state soddisfatte, di fronte a una scena che anche Filippo aveva in effetti trovato edificante, si mostr sorpresa, per poi farsi dura. S, maest!.
Accanto a Filippo, Perseo osserv la scena, sconvolto.
In piedi!, ordin una guardia alla donna e al ragazzo.
Lei smise di sorridere. Dove ci volete portare?
Alle navi, rispose la guardia.
Non capisco. Perch?.
Chiusa nella sua casa, la donna non poteva aver visto il destino che era toccato ai suoi concittadini, consider Filippo.
Siete schiavi del re, adesso, dichiar la guardia, con una certa gentilezza. Dove sarete venduti, per, non lo so.
Allontanandosi, Filippo ignor le grida disperate che seguirono la sua decisione.
Padre!.
Si era aspettato la protesta di Perseo. Che c'?.
Il viso del figlio era carico di angoscia. Hai salvato suo figlio solo per renderli entrambi schiavi?
S,  cos. Filippo torn in strada.
Perch?. Perseo abbass la voce. Sarebbe stato meglio lasciarli in pace, cos che lei potesse piangere il figlio morto, piuttosto che condannarli alla schiavit.
Da morto, quel ragazzo non vale niente. E se restasse qui, anche lei non varrebbe niente, spieg Filippo, in tono duro. Nella stiva di una delle mie navi, diventeranno due schiavi che mi frutteranno, insieme, centinaia di dracme.
Il viso di Perseo si contorse per il disgusto. Sono Greci, padre.
Non ne traggo alcun piacere, e la mia spietatezza ha un motivo, spieg lui. Tu diventerai re, dopo di me, non  cos?.
Perseo sorrise. Certo, padre... se tu lo vorrai.
S, lo voglio, rispose Filippo. E allora sappi che la guerra  una belva sempre affamata, la cui fame deve essere placata di continuo. Da dove pensi che venga il grano di cui si cibano i nostri soldati?
Dalla Macedonia e dalla Tracia, cominci Perseo. E dalle fattorie lungo la Propontide.
Svanisce pi in fretta di quanto tu non possa immaginare. Hai idea di quante teste di toro piene di grano diecimila uomini possano consumare in un giorno?, disse Filippo, riferendosi ai pesi di piombo a forma di testa di toro usati dai mercanti macedoni. Sorrise, per addolcire quella domanda secca. Certo che non lo sai, come pure non sai di quanto fieno abbiano bisogno tremila cavalli. Ma io s. Sapere queste cose  il dovere di un re. Macedonia e Tessaglia non potrebbero mai offrire abbastanza grano per sostentare l'esercito per tutta la campagna estiva, e non potrebbero riuscirci neanche le fattorie della Propontide. Abbiamo bisogno di pi grano, e non pu essere tutto ottenuto con la minaccia di una spada. Spesso va comprato, e per farlo, ho bisogno di denaro. Mi spiace ammetterlo, ma i miei scrigni non si riempiono magicamente da soli.
La comprensione fece arrossire le guance di Perseo. Il denaro che otterrai vendendo gli abitanti di Chio come schiavi ti permetter di ottenere grano per l'esercito.
Infatti. E allora cosa preferiresti fare, lasciare liberi la donna e suo figlio, facendo fare la fame ad alcuni dei nostri uomini, o renderli schiavi insieme agli altri?.
Perseo strinse la mascella. Ora ho capito, padre. Fa' ci che devi.
Filippo gli batt una pacca sulla spalla. Questo non sar il destino di ogni citt che conquister. Se la campagna continuer come ha fatto finora, ben presto il controllo della Propontide sar mio. Immagina quanti dazi potremo chiedere alle navi mercantili che attraversano lo stretto. Ogni anno, ce ne passano a centinaia, per andare o tornare da Atene, dall'Etolia e da Sparta. Tutta la Grecia ha bisogno del grano delle fattorie a nord del Ponto Eusino.
Perseo annu, e Filippo pens che era un ragazzo intelligente. Aveva una buona testa sulle spalle, e un giorno sarebbe diventato un buon re.
Filippo era ancora di buonumore, la mattina dopo, quando venne fatto il conteggio degli schiavi. Numerose navi erano state ancorate sulla spiaggia per facilitare le operazioni di imbarco, e il re era l accanto, ad ascoltare i conti.
Quattrocentosessantotto uomini abili, maest, disse l'ufficiale in carica. Ce n' un'altra sessantina, ma sono feriti o troppo vecchi.
Non ci servono. Uccideteli. Era spiacevole, ma necessario, decise Filippo. L'ammonimento di Antigono, suo padre adottivo, poco prima della sua morte, gli risuon in mente: Alcuni aspetti della regalit ti piaceranno: guidare l'esercito in battaglia; sconfiggere i nemici; accettare la lealt di nuovi sudditi e ricompensare chi ti  fedele. Ma altri saranno pi difficili, o perfino spiacevoli: non poter mai mettere da parte le responsabilit. Far giustiziare chi un tempo era tuo amico o alleato. Ordinare ai tuoi soldati di massacrare tutti gli abitanti di un villaggio che ti ha sfidato.
Oppure, come in quel caso, far uccidere feriti e infermi, pens Filippo, cupo.
Queste cose sono necessarie, per un re, gli aveva detto Antigono. Non potrai evitare simili doveri, altrimenti cadrai pi veloce di Icaro dal cielo.
L'ufficiale disse qualcosa, e Filippo torn al presente. Eh?
Sar fatto, maest.
Quante donne e bambini ci sono?
Ottocentoventinove, signore, met dei quali circa sono bambini.
Quei numeri erano migliori di ci che Filippo aveva temuto, dopo aver fatto un sopralluogo nella fornace ardente che era diventata Chio. Annu, indurendo il cuore. Quanti di loro sono inutili?.
L'ufficiale esit.
 un uomo, pens Filippo. Come me. All'esercito serve tutto il grano possibile. Preferisci che i tuoi uomini muoiano di fame, o che questi disgraziati restino in vita? Senza riparo n cibo, morirebbero comunque, una volta giunto l'inverno.  un atto di misericordia, quello che stiamo facendo nei loro confronti.
Lo capisco, maest, replic l'ufficiale. Ce ne sono circa cinquanta feriti, o comunque impossibili da vendere.
Sai cosa fare. Filippo fu grato del fatto che Perseo fosse a lezione. Sebbene il ragazzo avesse accettato il fato della donna e di suo figlio, il giorno prima, non era certo che avrebbe potuto capire la logica dietro a quelle esecuzioni. Un giorno lo far, pens Filippo. Dovr farlo per forza.
S, maest. L'ufficiale lo salut e si conged.
Vele!.
Quel grido attir l'attenzione di Filippo. Port lo sguardo sull'acqua, notando ben presto tre triremi che si avvicinavano da sud-ovest. Le vele non avevano insegne, il che significava che non erano della sua flotta. Quelle navi non erano abbastanza per minacciarlo, e la curiosit lo colse.
Avvertite Eracleide, ordin. Voglio che quei vascelli siano fermati. E portatemi i loro capitani.
Filippo fu molto contento di sapere, nel giro di un'ora, che le triremi avevano a bordo ambasciatori di diverse citt neutrali della zona, e anche un ambasciatore di Rodi. Si incontr prima con quest'ultimo, poich Rodi era pi debole della Macedonia, ma era comunque una potenza. Fece condurre l'ambasciatore sulla spiaggia, dove i prigionieri di Chio si stavano imbarcando loro malgrado sulle navi. Le grida e i singhiozzi delle donne e dei bambini separati da mariti e padri avrebbero fatto capire subito quello di cui era capace.
L'ambasciatore era basso e robusto: un lottatore, a giudicare dalle orecchie a cavolfiore che sfoggiava. Era tipico degli abitanti di Rodi, che parlavano apertamente e non amavano i re, mandargli un cittadino qualsiasi, pens Filippo. Ma almeno il messaggero ebbe la compiacenza di rivolgergli un profondo inchino.
Re Filippo, ti auguro una piacevole giornata.
Filippo non finse neanche di essere educato.
E tu saresti?
Dorieo di Rodi, maest. Porto un messaggio del Pritaneo.
Ah, davvero?. Filippo si pul un'unghia.
Dorieo mantenne un sorriso di circostanza. S, maest.
Allora sbrigati a comunicarmelo. Sono occupato, in caso non te ne fossi accorto. Filippo accenn con la mano alle file di prigionieri.
Dorieo non pot pi impedirsi di fissare la scena. Sono gli abitanti di Chio, maest?
I sopravvissuti, s.
Posso chiederti cosa accadr loro, maest?

Non ti sembra ovvio? Sono miei schiavi, adesso.
Dorieo sembr sul punto di ribattere, ma poi ci ripens. Dopo un attimo, riprese, con garbo: Sono liberi Greci, maest.
S, lo sono.
E i Greci non si schiavizzano tra loro, maest.
Ma io sono Macedone, replic Filippo, con insolenza.
Greci o Macedoni, siamo lo stesso popolo, maest.
Tutti gli abitanti di Rodi la pensano davvero cos?, ritorse Filippo. Poteva essere anche un re, ma sapeva bene che i Greci lo disprezzavano.
I membri del Pritaneo hanno un'alta considerazione di te, questo te l'assicuro, maest, rispose Dorieo, continuando poi: Il che mi porta al messaggio per cui sono qui.
Lasciami indovinare, comment Filippo. Rodi vorrebbe che mi ritirassi da Chio ed evitassi di attaccare qualsiasi altra citt della regione.
Dorieo sembr preoccupato. S, maest.
 un po' tardi per la prima parte della richiesta, comment Filippo, secco, indicando le rovine fumanti della citt.
S, maest. Dorieo prese un profondo respiro. Quanto alla seconda, tuttavia....
Che interessi ha Rodi, qui, cos lontano dalla madrepatria?.
Dorieo gonfi un po' il petto. Rodi protegge le isole, maest. Si occupa dei pirati meglio che pu e....
Ha deciso per conto suo di proteggerle, dichiar Filippo, interrompendolo. Non tutte le citt vogliono che Rodi le governi, men che meno quelle che si sono rivolte alla Macedonia, in passato. In ogni caso, terr a mente le richieste dei tuoi concittadini. Sollev una mano, mentre Dorieo si preparava a rispondere. Non discuter oltre con te.
L'espressione di Dorieo si incup. E il popolo di Chio, maest?
Stai mettendo alla prova la mia pazienza.
Non renderli schiavi, ti prego, tent l'ambasciatore.
Vattene.
Maest?
Non pensare di poter dire a un re quello che deve o non deve fare, se non vuoi che la tua testa si stacchi dalle spalle. Filippo fece un cenno, e due guardie del corpo lo raggiunsero all'istante.
Rodi non  sola, maest, esclam Dorieo, mentre veniva condotto via. Gli ambasciatori che sono venuti con me ti chiederanno le stesse cose.
E io dar loro le stesse risposte, ribatt Filippo, mentre pensava: Filippo, il padre di Alessandro, o lo stesso Leone di Macedonia hanno mai considerato i desideri di coloro che volevano conquistare? No. E come era stato per loro, cos era suo diritto di nascita conquistare la Propontide e oltre.

Capitolo 6.

Erano passati quindici giorni dalla battaglia di Zama, e i fratelli erano sdraiati sulle loro coperte fuori dalla tenda di pelle di capra che, con le altre della loro centuria, formava i tre lati di un rettangolo. Accanto alla loro, davanti e dietro, in file altrettanto regolari, si trovavano le tende dell'intera legione. Due viali principali dividevano l'accampamento; all'incrocio centrale si trovava il quartier generale, insieme ai grandi padiglioni degli ufficiali anziani. Intorno al perimetro, dei terrapieni alti pi di un uomo e un profondo fossato a forma di V proteggevano quelli all'interno. L'accampamento dei fratelli era uno dei tanti che ricoprivano le pianure intorno a Cartagine. E come le legioni di Scipione costellavano la terraferma, le sue navi coprivano il mare, al largo.
Prima di vederla, Felice e i suoi compagni non avevano idea di quanto fosse grande quella citt. Roma, a confronto, sembrava minuscola. Anche adesso, dopo giorni dal loro arrivo, i soldati che non erano in servizio amavano passeggiare lungo la base delle possenti mura imbiancate che correvano lontane dalla costa, fino ai territori interni e ai campi coltivati della zona. Il confine sudorientale della citt era perfino pi notevole, perch era in parte formato da due porti gemelli, uno mercantile e l'altro militare, quest'ultimo avvicinabile solo attraverso un'entrata segreta presente nel primo. Magnifici templi si arroccavano in cima alla collina di Byrsa, il punto pi alto di Cartagine; da l, si diceva che le strade si irradiassero come torrenti gi fino all'agor, il vasto spazio pubblico circondato da grandiosi edifici governativi e altri imponenti templi.
Quella sera, tuttavia, i fratelli volevano rilassarsi. Ordini dall'alto avevano imposto di stare lontani dalla citt, e comunque non si potevano ammirare quelle mura all'infinito.
Ci resta solo un giorno di sorveglianza ai prigionieri e a quei carri carichi di merda, borbott Antonio. Non vedo l'ora che riprendano le normali attivit. Giuro che non mi lamenter mai pi di dover scavare delle latrine per un accampamento.
Otto giorni sono un'eternit, eh?, ridacchi Felice. Grazie agli di, le aste cominceranno presto. I prigionieri che avevano dovuto controllare, migliaia di soldati nemici, sarebbero stati venduti come schiavi; il denaro ricavato non avrebbe fatto altro che aggiungersi alle riparazioni punitive imposte a Cartagine da Scipione. Una piccola parte, alla fine, sarebbe arrivata anche ai semplici legionari, e Felice e gli altri uomini dell'esercito non vedevano l'ora che accadesse.
Gi. L'espressione insoddisfatta di Antonio si plac. Quando saranno finite, la vita potr tornare alla normalit.
Dopo le aste degli schiavi, Felice, Antonio e il resto dell'esercito avrebbero atteso fuori dalla citt che il trattato di pace imposto da Scipione ai Cartaginesi venisse approvato. Felice lanci un'occhiata al fratello. Quanto  passato da quando i messaggeri sono salpati per Roma?
Lo sai meglio di me, borbott Antonio. Cinque giorni.
Felice sospir. La vita semplice della fattoria della loro famiglia che desiderava cos tanto non sarebbe tornata tanto presto. Sarebbe passato almeno un mese, prima che arrivasse la risposta del Senato, e ancora di pi prima che loro venissero rimandati in Italia e congedati dalle legioni. Scipione non aveva certo insistito per ottenere tre mesi di provviste per l'esercito dai Cartaginesi senza motivo.
Oh, fratelli, guardate!, esclam uno dei loro compagni di tenda.
Felice si sollev a sedere.
Ingenuo, un altro compagno, stava tornando da loro, con un'anfora di medie dimensioni sotto ogni braccio. Affabile e fiducioso, per Felice era la persona meno adatta alla vita dell'esercito, tra tutti loro, eppure era riuscito a sopravvivere per cinque anni. Qualcuno ha sete?, domand lui.
Un coro di assensi gli rispose all'istante, e poi cominciarono a piovere le domande.
Dove le hai prese, quelle?
Ti sei concesso di nuovo al quartiermastro?
Matone lo sa, vero?.
Ingenuo pos le anfore con attenzione e sollev le mani per chiedere il silenzio. Riluttanti, i compagni tacquero, e lui sorrise. Ve lo racconter con una coppa in mano, non prima.
Tutti si affrettarono a compiacerlo. Versando a ciascuno un bel po' di vino da un'anfora, e riservando a se stesso la dose pi abbondante, Ingenuo pos la seconda su un fianco e vi si sedette sopra. Poi sollev alta la coppa.
Al nostro ritorno a casa.
Tutti applaudirono. Al ritorno a casa!.
Dicci dove hai ottenuto il vino, lo incalz Felice.
Alle legioni non era stato consentito di saccheggiare Cartagine. Villaggi e fattorie intorno alla citt non avevano goduto della stessa protezione, ma il bottino proveniente da l era gi piuttosto magro.
Antonio gli moll una lieve spinta. Avanti, mascalzone, diccelo!.
Ingenuo si stava godendo la curiosit dei compagni. Conoscete la locanda al crocevia, quella che superiamo con i carri degli escrementi?.
Nei precedenti otto giorni, Felice e i suoi compagni non erano stati incaricati soltanto di sorvegliare i prigionieri, ma anche di occuparsi dello svuotamento delle latrine a loro assegnate. Accompagnare quei carri pieni di escrementi puzzolenti fino al luogo in cui venivano scaricati era un compito molto poco apprezzato.
Quella locanda  abbandonata. L'ho controllata di persona,  abitata soltanto dai ratti, dichiar Antonio, annuendo, mentre diversi altri uomini confermavano la sua versione.
Cos pensavi, comment Ingenuo, con un sorrisetto sornione. Prese un lungo sorso di vino e osserv con soddisfazione la coppa. Un ottimo vino invecchiato, devo dire.
Avanti, parla, lo incalz ancora Felice.
Non c' molto da raccontare, in verit, ammise Ingenuo. Poi lanci uno sguardo ad Antonio. Anche un bambino sarebbe stato in grado di trovare il vino, se avesse guardato bene.
Antonio gli moll un pugno per niente delicato.
Riprova a toccarmi, fratello, lo avvert Ingenuo, e posso assicurarti che tu di questo vino non vedrai un'altra goccia.
Antonio lo fulmin con lo sguardo, mentre gli altri scoppiavano a ridere.
Dov'era nascosto?, volle sapere Felice.
L'espressione di Ingenuo si fece cospiratoria. C' un capanno dietro alla locanda, un edificio piccolo e in rovina a cui manca met del tetto.
L'ho controllato, ringhi Antonio.
Non aveva alcun senso che vi fosse stato immagazzinato del fieno, con quei buchi sul tetto, riprese Ingenuo, ammiccando, perci l'ho spostato. E sotto al fieno ho trovato una botola, e all'interno c'era una piccola cantina.
Astuto bastardo!. Lo spintone di Antonio fu cos forte da far versare del vino dalla coppa di Ingenuo. E che altro c', l dentro?. Gli altri cominciarono a fare anche loro domande, finch non regn il caos.
Quando Ingenuo rivel che c'era abbastanza vino, se si fossero moderati, da rifornirli fino al momento di tornare a casa, se lo caricarono sulle spalle e lo fecero girare intorno alla tenda come la statua di un dio in una parata di trionfo.
L'apparizione di Matone mise fine in tutta fretta ai loro festeggiamenti. Il braccio era ancora in via di guarigione, ma questo non gli aveva impedito di essere il solito tiranno. Con grande sollievo di tutti, sembr accontentarsi di sapere che Ingenuo aveva appena trovato due anfore; non chiese dove. Dopo aver bevuto diverse coppe di quel vino senza battere ciglio, si concesse un raro sorriso e annunci che, secondo le ultime voci, sarebbero ripartiti per l'Italia entro la fine del mese.
Quella bella notizia rese inevitabile il fatto che i compagni decidessero di portarsi dietro il vino, per l'ultima notte di guardia. La guerra era finita, i prigionieri erano ormai docili, e gli ufficiali non stavano a controllare troppo le sentinelle, dopo il tramonto.
Cosa mai sarebbe potuto andare storto?
Dopo quattro ore di guardia, il pensiero pi pressante nella mente di Felice era quello di svuotarsi la vescica. Era passato parecchio tempo prima che sentisse lo stimolo, ma da quel momento, come succedeva sempre, non aveva fatto che averne sempre pi bisogno.
Quando il sigillo viene rotto..., borbott a se stesso, facendo finire sul terreno un arco di urina.
Sentendosi molto meglio, si riabbass la tunica. Con uno sguardo stordito verso l'interno buio del complesso - nessuno sembrava muoversi, l dentro - procedette verso Antonio, che era la sentinella pi vicina, e, soprattutto, al momento in possesso della prima anfora.
Seguendo le istruzioni di Ingenuo, la stavano facendo girare intorno alle quattro mura. Per evitare la possibilit che qualcuno facesse la spia, era stato deciso, all'inizio, che anche le altre sentinelle, in tutto tre contuberni, avessero accesso alla scorta di vino. Pur di non essere scoperti, aveva dichiarato Ingenuo, valeva la pena bere un po' meno vino. Si sarebbero rifatti la sera dopo, quando nessuno di loro sarebbe stato di guardia, e avrebbero potuto fare visita alla cantina nascosta per rifornirsi.
L'anfora non era ancora vuota, pens Felice, mentre si avvicinava al fratello. Dovevano esserci ancora un paio di sorsi per lui.
Ma una brutta sorpresa lo accolse.
Vuota, bofonchi Antonio, con un rutto.
Brutto cane avido!. Posando lo scudo e il giavellotto contro il bastione, Felice sollev l'anfora e la port alle labbra. Ne vennero fuori solo poche gocce di vino, e lui lanci un'occhiataccia al fratello. Perch non me ne hai lasciato un po'?.
Ci fu un altro rutto soddisfatto. Per le palle sudate di Bacco, che te ne importa? Ingenuo ha l'altra anfora.
Felice sbirci lungo la passerella. Nel buio pesto, non riusciva a vedere il compagno, che era posizionato all'angolo delle mura, a una cinquantina di passi di distanza. Spero proprio che non l'abbia spedita nella direzione opposta.
No di certo. Prima il nostro contubernio e poi gli altri, dichiar Antonio. Valla a prendere, no?
In realt, dovresti andarci tu.
Non sono io quello che ha sete, lo schern Antonio.
Gi, ma sei stato tu a finire quel maledetto vino!.
Antonio, per tutta risposta, gli rivolse un gesto osceno.
Felice riprese lo scudo e la lancia e, borbottando infastidito, avanz lungo la passerella. I due compagni che super volevano accompagnarlo. Non c'era niente da temere, disse uno di loro: Matone non sarebbe venuto a controllarli, essendo stato invitato a un banchetto con gli altri centurioni della legione, mentre l'ufficiale in servizio era gi passato una volta. Essendo uno a cui piaceva dormire, non sarebbe ripassato fino all'alba. Felice, tuttavia, si impunt, dichiarando che s, erano ubriachi, ma non al punto da dover lasciare la postazione in tre. Fu lui ad avere la meglio nella discussione, e a quel punto procedette ondeggiando verso Ingenuo, con le loro preghiere di portare il vino ancora nelle orecchie.
Il suo ritorno fu ritardato parecchio dalla sete dei compagni. Non se ne preoccup. All'interno del complesso il silenzio era assoluto, e non c'era traccia di ufficiali. Era stata la notte di guardia pi tranquilla di sempre, consider lui, strappando l'anfora al fratello e tornando alla propria postazione. Con il vino tutto per s, ne inghiott una mezza dozzina di lunghi sorsi. Ne avrebbe bevuto di pi, ma il soldato di guardia un po' pi avanti venne a reclamare la sua parte. Con riluttanza, Felice gli lasci l'anfora.
Pass del tempo. Il vino non torn indietro. Dai borbottii sulle mura di fronte, sembrava che se lo stessero godendo l. La sottile falce di luna scese ancora verso l'orizzonte. L'umidit si condens a gocce sull'elmo di Felice, e lui inizi a sentire freddo, nonostante il mantello. Batt i piedi per un po', andando fino alla postazione di Antonio e tornando indietro fino alla sentinella dall'altra parte, cos da far scorrere il sangue. Si svuot di nuovo la vescica. Sentendosi meglio, ma stanco, torn in posizione statica al centro della sua postazione. Con lo scudo posato contro il bastione, afferr l'asta del giavellotto con entrambe le mani e vi si appoggi contro. Anni di pratica rendevano quella posa piuttosto comoda.
Sent le palpebre calare. Le riapr. Resta sveglio, stupido, pens. La punizione, per chi si addormentava durante il turno di guardia, era la morte. Il cuore prese a battergli pi rapido. Raddrizz la schiena e studi l'interno del complesso con feroce determinazione. Riusc a restare sveglio ancora per un po', ma la stanchezza indotta dal vino torn ad assalirlo, calda e invitante. Pieg le spalle in avanti e si appoggi al giavellotto. Chiuse gli occhi, li apr e li richiuse ancora. Il tintinnio dei sandali chiodati di un compagno sulla passerella, qualche attimo dopo, lo fece muovere appena.
Il sonno l'aveva colto in pieno.
Il sogno di Felice di una scanzonata e rumorosa notte in una taverna con gli amici continuava a essere interrotto da sempre pi frequenti fitte dalla vescica. Si rese conto di avere freddo alle gambe e che le spalle gli dolevano, ma quel sogno gli stava piacendo cos tanto che cerc di allontanare quelle sensazioni spiacevoli.
Le urla dei suoi compagni nel sogno si fecero pi forti, e il tono cambi, diventando sempre pi urgente. Invece di una canzone da ubriachi, un uomo cominci a ruggire: Suonate l'allarme!. Una vaga consapevolezza di essere immerso in un sogno lo colse, e poi, con la realt violenta di un'inaspettata secchiata d'acqua gelida in testa, Felice si svegli. Con gli occhi ancora cisposi, si raddrizz di scatto, dimenticando all'istante il dolore alle spalle e la vescica piena.
Muovetevi! I prigionieri sono scappati!, url qualcuno da un punto alla sua destra: era la voce di Ingenuo, si rese conto Felice.
Mi sono addormentato, cap, con un lampo di gelido terrore. E anche qualcun altro doveva averlo fatto. Antonio!.
S?
Tutto bene?
Nessuno me l'ha passata, bofonchi il fratello, ma la sua voce era lenta e assonnata, proprio come si sentiva lui.
L'allarme stava riecheggiando su ogni muro del complesso, ora. Oltre le difese, gli uomini stavano uscendo dalle tende. Gli artigli del panico cominciarono ad affondare nel cuore di Felice. Quando fosse arrivato Matone, gliel'avrebbe fatta pagare cara. Occupati del presente, si disse, correndo verso il punto da cui aveva sentito provenire il primo grido. Controlla la mia posizione!, ordin a un Antonio che sembrava sorpreso.
Trov Ingenuo accanto al cadavere di un princeps di un altro contubernio. Aveva il volto violaceo e la lingua di fuori: era stato strangolato.
Hai sentito niente?, domand Felice.
S-sono venuto qui di corsa appena ho sentito, balbett Ingenuo. Ho infilzato uno dei bastardi nella schiena mentre superava le mura, ma gli altri sono scappati.

Felice guard oltre il bordo, notando un corpo nel fossato. Quanti erano?
Non lo so. La voce di Ingenuo si spezz.  tutta colpa mia. Non avremmo mai dovuto bere, stanotte.
Lascia perdere quel maledetto vino. Matone avrebbe dovuto perdere l'olfatto, per non accorgersi di quanto ogni dannata sentinella puzzasse di alcol, consider Felice. Se c'era una sola possibilit di trascinarsi fuori dall'abisso in cui erano finiti, era quella di catturare i fuggitivi, ma se avessero lasciato le postazioni di guardia, avrebbero rischiato altre fughe. Getta l'anfora dentro al complesso.
Ma Matone..., cominci Ingenuo.
Digli che abbiamo tutti bevuto un po', condividendo del vino tra le sentinelle. Potrebbe non vedere la seconda anfora. Forse questo poveraccio aveva bevuto pi degli altri. Felice tocc con il piede il cadavere del princeps. Si  addormentato, e dei prigionieri se ne sono accorti. L'hanno strangolato, e tu hai sentito i rumori e sei corso in sua difesa, uccidendo uno dei fuggitivi. Hai dato l'allarme e sei rimasto nella tua posizione di guardia, come tutti noi.
Ingenuo non rispose.
Felice lo spinse forte. Hai capito? Dobbiamo raccontare tutti la stessa cosa, o Matone ci uccider, cazzo!.
Lo sguardo del commilitone torn a fuoco. S, s.
Ripetimi quello che ho detto.
Quando fu certo che Ingenuo sapesse ci che doveva dire, e che l'avrebbe detto alla guardia successiva, Felice torn di corsa da Antonio. Il fratello aveva gi capito quanto fosse grave la loro situazione, e lui continu a correre verso il successivo compagno. Quando Matone comparve all'interno dei cancelli con il resto della centuria, Felice aveva fatto conoscere la versione da raccontare a tutti i legionari sui bastioni. Preg che quella storia reggesse all'ispezione, a quel punto.
Raggiunta la sentinella morta, Matone cominci a parlare con Ingenuo, prima di chiamare a s anche Felice e Antonio, i principes pi anziani. Con il volto corrucciato, ascolt in silenzio il loro rapporto. Quando ebbero finito, cominci a camminare avanti e indietro, battendosi la canna di vimini sul palmo della sinistra.
Felice non riusciva a distogliere lo sguardo.
Fatemi capire. Avete bevuto mentre eravate di sentinella?. Il tono di Matone non prometteva niente di buono.
S, signore, risposero i tre.
Vermi succhiacazzi!. Il centurione li fiss, furioso, e quello sguardo fece intendere che la punizione sarebbe stata terribile. Quanti ne sono scappati?
Non lo sappiamo, signore, mormor Felice, ricevendo in cambio un colpo violento del vitis di Matone.
Erano gugga? Libici? Galli?
Non ne siamo sicuri, signore.
Il vitis colp di nuovo l'elmo di Felice, cos forte da fargli vedere le stelle.
Inutili fighette! Entrate subito nel complesso e scoprite chi  scappato. E poi mandatemi qualcuno a riferirmi i numeri.
Li inseguirai, signore?, azzard Antonio.
Certo che s, verme. Qualcuno dovr pure sistemare il guaio che avete combinato, e voi siete tutti ubriachi. Matone raggiunse a lunghi passi la scala pi vicina e usc dai cancelli con il resto della centuria alle spalle.
Felice radun le sentinelle e ordin che si contassero i vari gruppi di prigionieri. Anche con l'aiuto delle torce, fu difficile, ma la minaccia di Matone li rese quanto mai zelanti. Era ormai mattina, quando ebbero finito. Confrontando i numeri con quelli registrati alle porte, scoprirono che erano scappati quindici Macedoni, insieme a cinque Galli e quattro Libici. Quel preoccupante numero era molto pi alto di ci che si erano aspettati. Tirarono a sorte per decidere chi sarebbe andato a riferire la brutta notizia a Matone; e fu almeno un piccolo sollievo, quando usc un uomo di un altro contubernio.
Matone non creder mai che soltanto un uomo si era addormentato, mugol Felice, scuotendo la testa.
Matone dovr prendersi un minimo di responsabilit per questa faccenda, ribatt Antonio.
Gi. Felice stava pensando la stessa cosa. E si rifar su di noi dieci volte pi del normale.
Che possiamo fare?, domand Antonio, angosciato.
Niente, replic Felice, ormai rassegnato. Il calore intenso donato dal vino stava svanendo, e gli aveva lasciato un brutto sapore in bocca e un pulsante mal di testa. La loro ignominia divenne ancora pi profonda quando, di l a poco, arrivarono le sentinelle che dovevano dare loro il cambio. Quando ebbero spiegato che c'era stata una cospicua fuga di prigionieri, Felice e i suoi compagni dovettero subire una fiumana di insulti dall'ufficiale in carica, e una marea di commenti sarcastici da parte dei suoi uomini. Umiliati, tornarono alle loro tende con la coda tra le gambe e attesero il ritorno di Matone.
La notizia della fuga si diffuse per tutto l'accampamento. Una forza di cavalleria fu mandata dietro a Matone, dando a Felice la speranza che i prigionieri potessero essere ricatturati. Che questo facesse alcuna differenza sulla punizione che avrebbero ricevuto, non ne era poi cos sicuro. Al momento, il loro destino era nelle mani degli di.
E lui non era molto convinto che sarebbero intervenuti in loro favore.

Capitolo 7.

Erano passati tre giorni dal saccheggio di Chio, e la flotta era in viaggio verso la libera citt di Taso. La campagna era finita, secondo le voci che giravano, e, dopo essersi approvvigionato - con la popolazione di Chio resa schiava e al sicuro nelle stive delle navi, il fabbisogno di cibo era molto pi elevato di prima - Filippo li avrebbe ricondotti in Macedonia.
Demetrio non aveva seguito il consiglio di Simonide; si era detto che il falangista doveva averlo preso in giro. Dopo le difficolt degli ultimi anni, gli sembrava troppo semplice che il Fato gli regalasse in quel modo un'occasione tanto ghiotta. Ma, sebbene si fosse rifiutato di agire, niente riusciva a fargli dimenticare l'offerta di Simonide. Ci pensava su mentre remava, mentre mangiava e mentre giaceva avvolto nella sua coperta di notte. Forse fu inevitabile, perci, che al quarto giorno il ragazzo avesse cambiato idea.
La flotta era ancorata in una baia a mezzaluna. Onde gentili facevano dondolare le navi; la spiaggia era una massa di tende. I fal ardevano, il legno crepitava, il grasso della carne che veniva arrostita scoppiettava. Felici di essere sulla terraferma, i soldati correvano qua e l, sciogliendosi i muscoli. Gruppi di uomini facevano un bagno in mare, mentre altri lottavano tra loro, giocavano d'azzardo o bevevano. I rematori, invece, si limitavano a montare le loro tende, se ne avevano una, e a cucinarsi un pasto. Al contrario delle truppe, loro avevano faticato tutto il giorno, e quello era il loro momento di riposo.
Teocrito disse a Demetrio che era un pazzo anche solo a pensare di avvicinarsi ai falangisti.  una trappola, non lo capisci? Quel figlio di puttana non ha alcun interesse a farti diventare un soldato, non pi di quanto ne avrebbe un lupo affamato nel lasciare in pace un agnello che gli passa davanti alla tana. Lui e i suoi compagni ti bloccheranno a terra e ti faranno la festa a turno. E cacherai sangue per giorni, come quel povero bastardo sulla nave, ricordi?.
Demetrio annu. Era impossibile dimenticarsi di quel ragazzo, pi o meno della loro stessa et. Per sua sfortuna, aveva la bellezza di Apollo, e la sua pelle perfetta e i riccioli lunghi avevano fatto impazzire i rematori affamati di quel genere di delizie. L'avevano assalito la notte stessa in cui si erano imbarcati a Pella. Il capo dei rematori non era intervenuto; disgustato, Demetrio aveva pensato di fermarli, ma i pugnali sguainati dei compagni degli stupratori l'avevano fatto desistere subito dal tentativo. La stessa notte, lui, Onesa e Teocrito avevano deciso di proteggersi a vicenda.
Cinque giorni dopo, quel ragazzo era scomparso nel buio che precede l'alba. Nessuno se n'era reso conto finch non avevano cominciato a remare. Una breve ricerca sulla costa aveva permesso di ritrovare il suo cadavere dietro a un gruppo di scogli: si era tagliato le vene. Il capo dei rematori avrebbe lasciato il corpo agli avvoltoi, ma Demetrio e i suoi compagni avevano insistito per seppellirlo. Non fu detto nulla, ma i predatori dovevano aver ricevuto un qualche avvertimento, perch i loro assalti ai rematori pi giovani e indifesi si fecero pi radi, e lasciarono in pace Demetrio, Onesa e Teocrito.
Simonide non poteva essere uno stupratore, consider Demetrio. Non  cos. Lui era sincero, quando mi ha parlato.
Quegli animali adorano il gusto della carne giovane. Non dirmi che non ti avevo avvertito.
Mi porter dietro il pugnale.
Teocrito sbuff con disprezzo. Certo. Usalo, e oltre a stuprarti, ti taglieranno anche la gola.
Demetrio agit una mano in un gesto noncurante e si allontan. Ad alcuni uomini piacevano i ragazzi; ne aveva incontrati, da piccolo, soprattutto nelle festivit religiose, quando scorreva molto vino. Aveva imparato a stare lontano da quegli uomini, e a mordere e urlare se le loro mani si avvicinavano troppo. Gli occhi di Simonide non mostravano quel desiderio. Tuttavia, l'avvertimento di Teocrito gli rest in mente, e lui si ritrov a camminare pi lento di quanto avesse voluto.
Le tende dei falangisti erano sistemate con ordine e precisione. Davanti a ciascuna, gli scudi erano impilati insieme a mucchi di lance, elmi e schinieri. C'erano centinaia di fuochi, e pentole di bronzo appese sulle fiamme. L'aria profumava di pane in cottura, carne ed erbe, ma Demetrio ignor lo stomaco che brontolava. L'istinto gli disse che, se Simonide aveva detto la verit, avrebbe dovuto affrontare una prova fisica di qualche tipo.
Pochi istanti dopo aver chiesto del falangista, Demetrio si maledisse per la sua poca previdenza. Non aveva pensato di chiedere a Simonide da dove venisse, o in che speira servisse. Quelle erano le unit di cui era composta ogni falange: ciascuna contava duecentocinquantasei uomini, e Simonide era un nome piuttosto comune. La maggior parte di loro sembr divertita all'idea di quel giovane rematore spilungone venuto a cercarli; scoppiarono a ridere, poi, quando Demetrio, deluso, si scus con ognuno di loro spiegando di aver sbagliato persona. Pi di uno ascolt la sua descrizione di Simonide e scosse la testa. No, non lo conoscevano. Alcuni ammiccarono con malizia, dichiarando che sarebbero stati con piacere il Simonide che lui stava cercando. Uno batt una pacca sulla coperta su cui era seduto e offr al ragazzo una coppa di vino. Non volendo offendere nessuno, ma con le guance che bruciavano, ogni volta Demetrio si ritrasse in mezzo a un coro di risate e commenti ribaldi. Ai falangisti non sembrava importare che lui rifiutasse le loro attenzioni; a quanto pareva, nell'esercito le relazioni tra uomini erano consenzienti, e non gli stupri brutali che avvenivano sulle navi.
Demetrio perse ben presto il conto del numero di tende in cui aveva chiesto di Simonide. Dovevano essere pi di trenta. Il sole era ormai una palla rossastra vicina all'orizzonte a ovest. Linee striate di nuvole in alto presagivano una notte limpida. La luce si faceva sempre pi fioca, e con lei le speranze di successo. Molti falangisti stavano mangiando, e il pensiero del cibo che Teocrito gli avrebbe tenuto da parte si faceva sempre pi pressante. Altri sei fal, decise Demetrio, e torner alla nave.
Non ebbe alcuna fortuna al primo, al secondo e al terzo. C'era un Simonide intento a lucidare una corazza, accanto al quarto, ma non era l'uomo che stava cercando. Frustrato e affamato, Demetrio procedette ancora solo per testardaggine. Aspettandosi l'ennesima delusione, chiese di Simonide e, senza attendere risposta, fece un passo verso il sesto fal. L'ultimo, pens con sollievo, e poi potr tornare indietro.
Simonide, hai detto?.
Demetrio si gir. Il falangista che aveva parlato non era molto pi grande di lui. Aveva i capelli arruffati e neri, che incorniciavano un volto amichevole. S, rispose. Ha la barba corta.  robusto, forse sulla trentina.
C' un Simonide, nella speira che si trova alla nostra destra nella falange. Ha l'et che hai detto, pi o meno, e porta la barba corta. Il giovane falangista smise di ripulirsi le unghie con la punta del pugnale e indic in una direzione. Le loro tende sono laggi. A non pi di mezzo stadio da qui.
Grazie. Il passo di Demetrio si fece pi leggero, mentre superava alcune tende e una strada sterrata. Vedendo Simonide, il vero Simonide, che alimentava un fal con un ramo, sent il cuore perdere un battito, ma poi esit. Sono arrivato fino a qui, pens. Non poteva sapere se l'offerta del falangista fosse stata vera. Non l'avrebbe saputo mai, se non si fosse fatto avanti. Avanz sotto la luce color ruggine proiettata dalle fiamme. Una mezza dozzina di teste si volt verso di lui.
Ti sei perso?, domand un uomo dal naso dritto e dagli occhi azzurri.
Non credo proprio, intervenne Simonide, accennando un saluto verso Demetrio.  il ragazzo di cui ti parlavo.
Il rematore?, interloqu un uomo robusto dai capelli neri e ondulati.
Gi. Simonide fece cenno a Demetrio di avvicinarsi, e lui, cercando di nascondere il nervosismo, procedette verso il fal.
Non mi sembra un granch, comment Naso Dritto.
Uno sbuffo di disprezzo si fece sentire dall'uomo con i capelli ondulati. Non  ancora neanche arrivato a radersi. Non va bene per la falange.
Non puoi esserne certo, Empedocle, lo sfid Simonide. Questo ragazzo ha le palle. Ha evitato a quell'ufficiale di ritrovarsi con le cervella sparse sul terreno, ricordi? E la tempesta di bronzo ha un diverso effetto su ogni uomo... tu dovresti saperlo. Un brusio di risatine attravers il gruppo, ed Empedocle, quello dai capelli ondulati, lanci intorno un'occhiataccia.
Demetrio non cap la battuta, ma gli era chiaro che a Empedocle lui non piacesse affatto. Non volendo infiammare la situazione, distolse gli occhi.
Ce ne hai messo di tempo per farti vedere da queste parti, gli disse Simonide. Hai perso il coraggio?.
Demetrio tent di sembrare noncurante. Non ero certo che tu facessi sul serio, quando mi hai detto quelle cose.
Simonide parla cos poco che potrebbe essere quasi uno Spartano. Mentre Simonide accennava un sorriso, Naso Dritto continu: E quando parla, ogni sua parola  stata misurata e soppesata.
Quindi.... Demetrio esit. Quindi, parlavi sul serio.
S. Lo sguardo di Simonide si port sui suoi compagni. Il ragazzo mi ha raccontato che suo padre l'ha fatto addestrare al pancrazio, alla lotta e al pugilato. Voleva... anzi, vuole diventare un falangista come noi.
Per le tette di Era! Ma se doveva entrare nell'esercito, come mai  finito a fare il rematore?  ovvio che stia mentendo, sbuff Empedocle. Vogliamo davvero la feccia di Pella tra i nostri ranghi?.
Quell'insulto bruci come acqua salata su una ferita. Se Empedocle fosse stato un rematore, Demetrio gli sarebbe gi saltato addosso, ma l c'era in ballo il suo futuro. Perci, si cuc le labbra.
Diglielo, ragazzo, lo esort Simonide, con un gesto. Ripeti loro quello che hai detto a me.
Demetrio osserv quei volti duri intorno a fuoco, notando un misto di curiosit, disinteresse e aperto disprezzo. Simonide era il suo unico alleato, l, sempre che potesse davvero chiamarlo tale.
Ci farai stare qui tutta la notte?, domand un falangista che non aveva ancora parlato. Era seduto ed era impossibile giudicare la sua statura, ma sembrava di almeno una testa pi alto di quasi tutti gli altri. Con braccia spesse quanto le cosce di Demetrio, gambe come piccoli tronchi d'albero e una lucida cicatrice da ustione all'interno dell'avambraccio sinistro, sembrava la versione terrena di Efesto, il dio fabbro. Eh?
Le mie scuse. Demetrio chin il capo con rispetto di fronte a quel gigante, e fu confortato da un leggero cenno d'assenso. Rivolse una breve preghiera a Ermes, messaggero degli di e venerato dai pastori, e desider di avergli offerto una libagione prima di recarsi l. Prendendo un respiro profondo, cominci a parlare.
Non gli ci volle molto per finire. I falangisti ascoltarono in silenzio, per gran parte del racconto. Fu passato in giro del vino, non a Demetrio, ed Empedocle scoreggi un paio di volte, in segno di disprezzo. Quando Demetrio parl dell'uccisione di suo padre, nessuno reag. Non lo sorprese. La vita era brutale, tutti avevano almeno un episodio tragico da raccontare. Cauto, per non sembrare troppo spavaldo, parl in fretta di come aveva salvato l'ufficiale fuori da Chio, e descrisse invece come aveva infilzato con la lancia l'uomo all'interno delle mura, incontrando poi Simonide. Una volta finito, Demetrio si rese conto di avere la schiena incollata al chitone per il sudore. Questo  tutto, concluse, sentendosi uno sciocco.
Nessuno parl, ma Empedocle arricci il labbro superiore.
Demetrio non os rompere il silenzio. Era lui sotto processo, l, a quanto pareva.
Se non altro  modesto. Io avrei parlato a lungo del salvataggio di un ufficiale della falange, comment Naso Dritto, che ora Demetrio conosceva con il nome di Andrisco. L'uomo lanci un'occhiata a Simonide. Tu l'hai visto mentre lo faceva, no?
Gi. E anche tu l'avresti visto, se non fossi stato cos intento a pavoneggiarti come sempre, replic Simonide.
Un brusio divertito si diffuse intorno al fuoco, e Andrisco sollev a malincuore una mano, accettando il commento.
Anche altri di voi l'hanno visto, continu Simonide. Lanci un'occhiata all'uomo che sembrava un fabbro. Filippo?
S, potrebbe essere lui, ammise l'uomo. Se garantisci tu per il ragazzo, a me sta bene.
Io ho visto un rematore che spostava un ufficiale come un sacco di farina, questo  certo, intervenne Empedocle. Ma non sono sicuro, no, niente affatto sicuro, che si trattasse di questo quattr'ossa qui.
Io s. Il tono di Simonide era secco. E questo dovrebbe bastare a chiunque sia intorno al fuoco stasera.
S, fratello, ed  per questo che siamo stati ad ascoltarlo. Crediamo al racconto del ragazzo, in teoria, intervenne Andrisco. Molti annuirono, perfino Empedocle, sebbene con riluttanza, e lui continu: Possiamo procedere, quindi?.
Un nuovo rivolo di sudore scivol lungo la schiena di Demetrio. Procedere, pens. Un combattimento. Era l che volevano arrivare, fin dall'inizio.
S, rispose Simonide. Chi vuole provare per primo?
Per primo, ripet tra s Demetrio, sentendosi sciogliere le viscere. Oh, per il Tartaro, dovr affrontarne due?
Andr io.
Empedocle si alz, facendo schioccare le nocche. Si sfil i sandali e si svest, tendendo il pugnale ad Andrisco. Demetrio si svest a sua volta, posando sui vestiti la sua lama.
Con il manico di una lancia, Simonide tracci un rozzo circolo nella polvere, del diametro di circa venti passi. Empedocle vi entr subito, e Demetrio fece lo stesso.
Empedocle preferisce il pugilato. Ne hai praticato abbastanza?, volle sapere Simonide.
No. Ho praticato soprattutto il pancrazio. Anni prima, pens Demetrio con un lampo di terrore.
Simonide osserv Empedocle. Ti sta bene il pancrazio?
Per me va bene, fu la risposta noncurante.
E pancrazio sia. Perde chi finisce a terra senza rialzarsi, oppure viene bloccato per tre volte. Anche uscire dal cerchio decreter la sconfitta. La mano di Simonide tagli l'aria. Iniziate.
Demetrio aveva pensato che ci sarebbe stato un breve periodo in cui lui ed Empedocle si sarebbero girati intorno per studiarsi. Non avrebbe potuto sbagliarsi pi di cos. Empedocle gli balz addosso come un toro infuriato, rapido, aggraziato e pericoloso. Un pugno, un calcio. E ancora, pugno e calcio, in rapida successione. Mani e piedi si muovevano in un terrificante unisono. Demetrio arretr, parando i colpi meglio che poteva e prendendone di dolorosi sugli stinchi e gli avambracci. Empedocle lo incalz, e solo un rapido sguardo alle spalle evit a Demetrio di finire con un piede fuori dal cerchio. Scart a sinistra, prendendosi in cambio un brutto calcio alla coscia.
Che succede, ragazzo?, lo schern Empedocle. Hai dimenticato tutto quello che avevi imparato? O forse non hai mai conosciuto il pancrazio, eh?.
Ferito, Demetrio contrattacc. Due pugni. Un calcio. Un pugno. Mentre Empedocle rispondeva in modo rapido e feroce, Demetrio gli afferr il pugno sinistro con la mano sinistra e spinse in avanti, per bloccare il gomito sinistro di Empedocle con la mano destra. La sua speranza era di strattonare indietro il braccio dell'avversario e spezzarglielo, ma Empedocle anticip la mossa. Con una violenta torsione di fianchi e torso, si liber dalla presa. Poi si spinse avanti, sotto al braccio sollevato di Demetrio, e, invece di mettere fine all'incontro, il ragazzo riusc solo a mollare un pugno nelle costole dell'avversario.
Il cucciolo conosce almeno un trucco, comment Filippo.
Ah! Non abbastanza, esclam Empedocle.
Scatt avanti, contro Demetrio, con un calcio alto che lo sped all'indietro. Ancora una volta, il ragazzo fu costretto a retrocedere, prendendosi diversi colpi alle braccia e alle gambe, e Andrisco esclam: Combatti, dannazione!.
Demetrio stava lottando contro la disperazione. Ai falangisti non importava niente di lui, n avrebbero tenuto in considerazione il fatto che Empedocle fosse un combattente migliore. Se voleva avere una possibilit di essere ammesso tra le loro fila, doveva trovare un modo di impressionarli. Colp con una combinazione di due calci che ferm per pochi istanti Empedocle. Gettando al vento la cautela, Demetrio gir su un piede come uno di quei giovani cretesi che danzavano con i tori e salt sulla schiena del falangista. Allacciandogli le braccia intorno alla gola, us le gambe per bloccare gli arti superiori di Empedocle contro i suoi fianchi.
Si aggrapp con tutte le forze, mentre Empedocle saltava e si scuoteva come un mulo impazzito. Quando non riusc a disarcionarlo, si gett deliberatamente a terra di schiena, piombando con tutto il peso addosso a Demetrio. Il terreno era duro, e faceva male quanto il Tartaro, ma lui mantenne la presa. Rotolarono nella polvere, ed Empedocle non riusc ancora a liberarsi. Passarono dieci battiti.
Arrenditi, sibil Demetrio.
Empedocle si contorse come un serpente, invano.
Demetrio serr ancora di pi la presa contro il collo del falangista. I movimenti dell'avversario cominciarono a farsi pi deboli. Lui ripet l'ordine, e questa volta la testa del falangista annu appena. Non fidandosi, Demetrio glielo chiese per la terza volta: Ti arrendi?.
La testa di Empedocle si mosse ancora, e Demetrio si arrischi ad allentare la presa. Il falangista annasp, riprendendo fiato, per poi rotolare di scatto su un fianco, lontano da Demetrio.
Chi l'avrebbe mai detto, Empedocle?, esplose Filippo. Un ragazzino che ha ancora i denti da latte ti ha fregato con la mossa della scala!.
Empedocle borbott un'oscenit irripetibile.
Mentre Demetrio si rialzava, affannato, Simonide lo guard negli occhi. Ben fatto.
Deliziato, il ragazzo si godette l'approvazione altrui. Troppo tardi, ricord che lo scontro poteva riprendere quando gli avversari fossero stati entrambi di nuovo in piedi. Troppo tardi, ud il suono dei passi di corsa. Si gir, e invece di coglierlo su un lato della testa, l'avambraccio di Empedocle gli arriv con violenza sulla tempia. Demetrio vide le stelle, e barcoll, inciampando sulla gamba tesa dell'avversario. Piomb a terra, e fu il suo turno di essere avvolto in una presa di sottomissione. Empedocle us tutta la sua forza. Demetrio si sent quasi subito svenire; colp il terreno per far capire che si arrendeva, ma Empedocle non lo lasci andare. Dovette intervenire Simonide per fargli mollare la presa. E mentre lo faceva, spinse con disprezzo Demetrio al centro della schiena.
Con la testa che girava, il ragazzo sput una boccata di polvere. Sentiva le orecchie ronzare e la nausea gli stringeva lo stomaco. Aveva bisogno di tempo per recuperare. Protestare contro quella mossa illecita sarebbe sembrato da deboli, perci mise pi distanza possibile tra s ed Empedocle, confini del cerchio permettendo.
Ti sei fatto battere come uno sciocco, ragazzo, comment Simonide. In molti annuirono.
Demetrio, imbarazzato, rest in silenzio.
Non  colpa mia se quell'idiota non era pronto, gracchi Empedocle.
Vero, replic Simonide. Un atterramento ciascuno. Ricominciate.
Vedendo Demetrio ancora stordito, Empedocle gli si avvent subito contro. Tent un calcio violento al ginocchio sinistro del ragazzo, colpendolo di striscio, e trasform il movimento in uno slancio in avanti. Piant il piede destro dietro a quello di Demetrio e tent di farlo scivolare indietro con il braccio destro. Disperato, il ragazzo ruot i fianchi e si gir sulla gamba sinistra, sentendo un dolore lancinante risalire dal ginocchio, ma lottando per ignorarlo. Con un solido gancio destro, spacc il labbro inferiore a Empedocle.
L'uomo scosse la testa; gocce di sangue volarono in ogni direzione. Demetrio torn all'attacco, afferrando Empedocle per la gola. Par il primo tentativo del falangista di fare lo stesso con lui, ma non il secondo. A quel punto, si fissarono a vicenda, con gli occhi fuori dalle orbite, incapaci di respirare, aggrappati con il braccio libero per cercare di allentare la presa dell'avversario. Le unghie affilate di Empedocle si piantarono nella carne di Demetrio; i suoi occhi brillavano di una gioia omicida. Era pi forte e lo sapeva.
Demetrio era sempre pi debole; sent nelle orecchie la voce di Simonide che annunciava: Due atterramenti per il ragazzo, uno per Empedocle. Furioso, piant un ginocchio contro l'inguine dell'uomo. Il Fato gli stava sorridendo. Invece di colpirlo sulla coscia, o di striscio, il ginocchio si piant dritto contro la massa dei genitali del falangista.
Gli occhi di Empedocle sembrarono schizzare fuori dalle orbite per il dolore e la sorpresa, e lasci all'istante la gola di Demetrio. Barcoll indietro di un passo o due. Il ragazzo calci ancora, prima che fosse fuori dalla sua portata. Il Fato sembr ancora volerlo favorire. Raggiunse in pieno la rotula sinistra di Empedocle. Un urlo animalesco riemp l'aria. La gamba di Empedocle si pieg e Demetrio fece una spazzata da quel lato, facendo scivolare la propria gamba sinistra dietro quella del falangista. Empedocle riusc a colpirlo con un pugno alla testa, ma solo di striscio, e non imped al ragazzo di girarsi e passargli intorno il braccio destro. Gett a terra Empedocle, facendolo inciampare sulla sua gamba sinistra, e gli si lanci addosso prima che potesse riprendersi.
Con il ginocchio destro sul braccio sinistro di Empedocle e la mano destra che gli serrava la gola, mentre la sinistra bloccava l'altro braccio del falangista, Demetrio gli si aggrapp con tutte le forze.
Passarono dieci battiti, e le labbra di Empedocle formarono le parole: Mi arrendo.
Consapevole dell'astuzia dell'altro, Demetrio attese di esserne certo, prima di lasciarlo libero. Senza mai staccare gli occhi da lui, si rialz.
Due vittorie ciascuno. Sta diventando uno scontro pi equo di quanto mi aspettassi, comment Simonide, in tono compiaciuto. Hai bisogno di un momento di pausa, Empedocle?
Vai a farti fottere, Simonide. Empedocle lanci un'occhiata furiosa a Filippo e agli altri, che stavano ridacchiando.
Il divertimento dei falangisti di fronte alle difficolt del compagno accese una scintilla di speranza nel cuore di Demetrio. Forse sarebbe riuscito a vincere l'ultimo scontro. Se fosse riuscito a battere Empedocle, sarebbe di certo stato accolto tra loro.
Ricominciate, ordin Simonide.
Entrambi pi cauti, questa volta i due si girarono intorno, con i pugni sollevati. Empedocle fece una finta e scaric un violento diretto allo stomaco di Demetrio. Il ragazzo ruot il busto, prendendosi il colpo sulle costole. Poi colp con il gomito l'avversario sulla tempia, o almeno ci prov, perch il falangista lo schiv abbassandosi. Un calcio. Un affondo. Una presa. Si scambiarono calci negli stinchi e nelle cosce, e tentarono prese e proiezioni.
Alla fine, chiusero le distanze e si aggrapparono l'uno all'altro. Empedocle tent una spazzata con la gamba, invano, ma poi riusc a sollevare Demetrio sul fianco destro. Invece di contrastare la mossa, il ragazzo rotol a terra. Empedocle gli sarebbe caduto addosso, e lo sapeva: con una mossa disperata, continu a rotolare per tentare di restare fuori dal raggio d'azione del falangista. Non ci riusc. Empedocle gli salt addosso come un leone. Demetrio lott, ma due battiti pi tardi si ritrov con il braccio destro girato dietro la spalla e le dita del falangista che cercavano di cavargli gli occhi.
Piano. Non siamo dei fottuti Spartani!, sbott Simonide.
Come vuoi, Simonide. Empedocle stacc le dita dalla fronte di Demetrio; con una risata, gli sbatt la faccia nella polvere. Arrenditi, feccia, ringhi.
Demetrio batt il palmo della sinistra a terra.
Vince Empedocle, dichiar Simonide.
Demetrio si rialz in piedi, dolorante, cercando di nascondere la delusione. Empedocle ridacchi con disprezzo, e Demetrio lo invit con un cenno delle mani a combattere ancora. Ebbe la consolazione di vedere il volto del falangista arrossire di rabbia.
Ma quella soddisfazione non dur a lungo.
Simonide gli segnal di restare nel cerchio.
Conosci anche il pugilato?, gli domand.
Un po', replic il ragazzo.
Filippo, chiam Simonide, e l'enorme falangista si fece avanti a passi pesanti.
Demetrio si sent annodare le viscere, ma si costrinse a fissare Filippo negli occhi. Ci andr piano, con te.
La risata di pancia dell'uomo avrebbe svegliato anche i morti. Poi ammicc. Gentile, da parte tua.
Stesse regole di prima, dichiar Simonide. Il primo che cade tre volte perde.
I due si avvicinarono, Filippo a passi lenti e sicuri, Demetrio sperando di dare la stessa impressione. Non sapeva cosa fare. Anche il suo pugno pi potente non sarebbe riuscito a mandare a terra Filippo.
Non ebbe in ogni caso il tempo di decidere una tattica. Non appena sollev i pugni, la mano destra di Filippo gli arriv addosso, pi veloce di quanto avesse immaginato. Lo colp al mento, e tutto divenne nero. Una secchiata d'acqua lo fece riprendere, ma quando riusc a rialzarsi, sent che le gambe lo reggevano appena. Sent Simonide urlare Cominciate! dall'altra estremit di una lunga galleria. Non vide neanche il gancio violento di Filippo che lo colp al plesso solare.
Era privo di sensi prima ancora di arrivare a terra.
Quando si risvegli, disteso sulla schiena, gli faceva male anche respirare. La testa era ridotta a una palla di pulsante dolore, cos come lo stomaco. Riapr gli occhi, e, con difficolt, mise a fuoco la vista sul cielo sopra di lui, ora pieno di stelle. Nelle vicinanze, alcuni uomini stavano parlando tra loro. Pot sentire l'odore di aglio e carne arrostita. Quei sentori, di solito piacevoli, gli provocarono un conato di vomito. Quando fin di svuotarsi lo stomaco, si pul la bocca e tent di rimettersi seduto. Era ancora nel cerchio, mentre i falangisti erano seduti intorno al fuoco, intenti a mangiare e bere.
Ehi, guardate chi  tornato tra noi, comment Simonide.
Io... uhhh, gemette Demetrio.
I falangisti scoppiarono a ridere, ma non c'era crudelt, in quella risata, tranne forse per Empedocle, il cui sguardo gli ricord un avvoltoio in attesa di lanciarsi su un cadavere.
Non avevo finito, con Filippo, mugugn il ragazzo, alzandosi su un ginocchio. Sentiva la testa girare, ma riusc a restare dritto. Dobbiamo continuare il combattimento.
Non ci sar un terzo scontro. Filippo ti ucciderebbe. Il tono di Simonide era definitivo.
Non ho paura, ment Demetrio. Si alz, ondeggiando appena. Sono pronto.
Avanti, Filippo, lo spron Empedocle. Il cucciolo ha bisogno di un'altra lezione.
Il ragazzo ha fatto abbastanza. Filippo fiss il compagno. Che ne dici se invece combattiamo io e te?.
Demetrio rest a guardare, senza capire, mentre Empedocle lanciava un'occhiataccia a Filippo e gli altri falangisti lo prendevano in giro perch si rifiutava di affrontarlo. Quelle battute erano cos divertite e familiari, tra loro, che Demetrio prov di colpo un dolore ben pi forte di quello che gli martellava in testa o dai lividi all'addome e alle costole. Non aveva pi provato una simile familiarit con qualcuno dalla morte di suo padre, e quel cameratismo non gli sarebbe appartenuto, n ora, n forse mai. Distrutto, si gir per andarsene.
Ehi!. Era la voce di Simonide.
Demetrio era cos confuso e cupo da non capire che si stesse rivolgendo proprio a lui. Fece forse cinque o sei passi affaticati.
Ragazzo!, esclam il falangista.
Demetrio si gir a guardarlo. Con sua grande sorpresa, not che tutto il gruppo lo stava osservando, ora. Forse volevano umiliarlo ancora di pi, consider il suo demone interiore. S?
Dove te ne vai?, chiese Simonide.
Torno alla mia nave.
Siediti con noi. Bevi un po' di vino.
Ma ho perso. Empedocle mi ha battuto. E anche Filippo.
Non ha importanza. Hai avuto la meglio su Empedocle due volte, e hai mostrato tutto il tuo coraggio contro Filippo. Simonide gli fece cenno di avvicinarsi. Vieni.
Il ragazzo not, sempre pi sorpreso, che tutti gli altri avevano espressioni amichevoli, a parte Empedocle. Non erano meno duri e seri di prima, ma era chiaro che l'avessero preso in simpatia. Tuttavia, il cinismo di Demetrio ebbe ancora una volta la meglio. Non voglio la vostra compassione, borbott.
Simonide gett indietro la testa e scoppi a ridere.
Confuso, Demetrio guard i falangisti uno dopo l'altro.
Filippo fu impietosito, a quel punto. Un soldato si siede con i suoi compagni.
Compagni?, ripet Demetrio, incredulo.
Gi, rugg Filippo. Proprio cos, a meno che tu non abbia cambiato idea sul fatto di voler essere un soldato.
Demetrio riusc a rispondere a fatica: S. S, voglio esserlo, pi di ogni altra cosa.
E allora facciamo un brindisi, dichiar Simonide, sollevando una coppa piena fino all'orlo.

Capitolo 8.

Matone non torn per due giorni. In quel periodo, Felice e tutti gli altri che erano stati di guardia quella notte furono confinati nelle prigioni riservate ai legionari. L'edificio era pi piccolo di quello in cui erano rinchiusi i nemici catturati, ma altrettanto cupo, oltre che pieno di disertori riconsegnati a Scipione dai Cartaginesi dopo la battaglia di Zama. Il destino di quegli uomini, la crocifissione o la decapitazione, fece capire ai principes la gravit della loro situazione. Privati dei loro cinturoni da soldati e costretti a mangiare l'orzo che di solito era destinato ai muli, Felice e i suoi compagni dovettero dormire all'aperto e senza coperte.
Nonostante l'isolamento, le notizie filtravano, grazie alla compassione delle sentinelle. A quanto sembrava, i fuggitivi si erano divisi non appena usciti dal fossato. I Galli non erano andati molto lontani. Qualche miglio pi a sud, erano stati massacrati dalla cavalleria. Uno dei Libici, ferito, era stato abbandonato dai compagni e ucciso, ma gli altri, che conoscevano il territorio, erano ancora a piede libero. Undici Macedoni erano stati catturati e giustiziati, ma altri quattro mancavano all'appello.
L'arrivo di Matone alle prigioni, la seconda sera, fece scattare subito i principes in piedi. Coperto di sangue e polvere, con il volto grigio per la stanchezza, aveva un aspetto terrificante. Non c'erano prigionieri, con lui. Sbuff con disprezzo, quando i soldati lo salutarono, e cammin avanti e indietro di fronte a loro. Slap, faceva il vitis contro il palmo della sua mano. Slap. Slap.
Ventiquattro prigionieri sono fuggiti.
Nessuno os rispondere. Il cuore di Felice martellava a un ritmo frenetico e doloroso.
Slap. Slap.
Due dozzine di loro. E io dovrei credere che solo uno di voi inutili stronzi si sia addormentato?. Matone stava urlando, ora, con le vene del collo gonfie e visibili.
Silenzio.
Matone port con uno scatto il bastone sotto il mento di Antonio, costringendolo a sollevarlo. Sei sordo?
N-no, signore.
Il vitis piomb sulle spalle del giovane, sul suo collo, sul braccio sollevato a proteggersi. Gemendo di dolore, in qualche modo Antonio riusc a restare in piedi.
Agile come un giocoliere, Matone spost di lato il vitis, premendolo contro la mascella di Felice. E tu? Hai perso l'udito?
No, signore.
Ah, allora forse sei diventato cieco, comment Matone, inarcando un sopracciglio.
Ci vedo bene, signore.
In tal caso, deve essere tuo fratello, il cieco!, sbott il centurione, colpendo Antonio diverse altre volte.
No, signore.
Felice sussult, mentre il vitis gli arrivava in testa. Un'esplosione di dolore lo afferr, con l'impatto. La vista gli si confuse e croll in ginocchio. Una nuova serie di colpi gli si abbatt addosso, facendolo crollare sul pavimento. Il dolore arrivava a ondate dalla schiena, dalle braccia e dalle spalle. Matone lo colp con un piede, una o due volte, mentre i chiodi sulla suola del sandalo gli strappavano la tunica e gli graffiavano in profondit la pelle. Rendendosi conto che, se avesse gridato, Matone avrebbe soltanto fatto di peggio, Felice si costrinse a subire in silenzio.
Di colpo, Matone si allontan, continuando a ripetere le sue domande su e gi lungo la fila. Tutti diedero le stesse risposte. Due di loro furono picchiati anche peggio di Felice, e un altro ancora fu bastonato fino a perdere i sensi.
Sull'attenti!, rugg Matone.
Tutti scattarono in piedi, tranne l'uomo svenuto. I compagni che aveva ai lati lo sollevarono comunque in piedi, con la testa che dondolava in avanti, per farlo stare dritto come gli altri.
Slap, slap, faceva il vitis. Matone and avanti e indietro come una belva in gabbia. Siete tutti degli stronzi bugiardi!.
Il respiro affannato degli uomini brutalizzati dal centurione fu l'unica risposta.
Sto pensando di farvi giustiziare tutti. Sarebbe un buon modo per cancellare questo vergognoso episodio. Sono nell'esercito da trent'anni, e non mi era mai capitato niente del genere. Avete coperto di vergogna non soltanto me, la vostra centuria e il vostro manipolo, ma tutta la legione! Tutto il fottuto esercito ride di noi. Mi  stato ordinato di fare rapporto a Scipione in persona. Matone punt il vitis contro Felice, Antonio e un uomo accanto a loro. Qualcuno deve pagare.
 stata tutta colpa mia, signore, mormor Ingenuo.
Sta' zitto, sciocco, pens Felice, ma ormai era troppo tardi. Matone era gi di fronte a lui.
Che significa?
Il vino era il mio, signore. Se non fosse stato per me, saremmo stati tutti pi attenti. E quella fuga non ci sarebbe stata.
Ben fatto. Vedo che non sei un completo smidollato.
Ingannato dal cenno di approvazione di Matone, lo sguardo di Ingenuo si riemp di sollievo.
Matone attacc. Un passo avanti, verme!.
Terrorizzato, Ingenuo obbed.
Ti aspetta il fustuarium, ringhi il centurione, fissando con occhi gelidi anche gli altri. Ma non sarai il solo. Sollev un sacchetto di cuoio. Qui dentro ci sono venti ciottoli bianchi e quattro neri. Quattro contuberni, quattro condanne a morte. La decimazione sarebbe una punizione troppo lieve per voi figli di puttana ubriachi, capite?.
Cerc nel sacchetto fino a trovare un ciottolo nero. Con un gesto sarcastico, lo tese a Ingenuo. Ci fatto, fiss con odio gli altri. Venite qui, uno alla volta.
Felice lanci uno sguardo ad Antonio, che mostrava un'espressione sconvolta quanto la sua.
Fortuna, preg Felice, fa' che non debba picchiare a morte mio fratello. Ti imploro.
avanti!, url Matone, spruzzando saliva dalla bocca.
Felice era il pi vicino. Allung una mano nella sacca. Freddi e lisci, i sassi sembravano tutti macchiati di morte, sotto le sue dita. Con la gola chiusa per il terrore, fiss Matone.
prendi un cazzo di ciottolo!.
Felice affond la mano e fece la sua scelta. Mentre le dita tremanti uscivano dalla sacca, Matone scoppi a ridere. Di che colore ?.
Felice guard attraverso le palpebre semichiuse. Si sarebbe messo a piangere, avesse potuto: il ciottolo era bianco. Matone si accigli, quando lo vide. Un gesto del vitis lo mand via.
Il prossimo!.
Tre compagni di tenda di Felice furono i prossimi, e scelsero tutti una pietra bianca. Il successivo princeps, di un altro contubernio, fu sfortunato, e ne trov una nera. Matone lo sped accanto a Ingenuo, e ordin che continuassero l'estrazione. Andarono avanti. Cinque pietre bianche e una nera, per fortuna non dei compagni di Felice. Quando venne il turno di Antonio, Matone sogghign e lo fece tornare in fondo alla fila. Quella crudelt provoc un lampo di furia omicida in Felice. Se fosse stato armato, in quel momento, si sarebbe gettato addosso al centurione senza pensare ad altro.
Matone, che era astuto, avvert la sua rabbia. Pensavi davvero che quella tua storiella del cazzo su un solo uomo che si era addormentato mi avrebbe ingannato, verme?
No, signore.
Sono uno stupido, pens Felice, disperato.
Quando Antonio arriv per la seconda volta davanti a Matone, c'era ancora una pietra nera all'interno della sacca, e soltanto due uomini dietro di lui. Una boccata di bile, rovente e acida, riemp la gola di Felice. Suo fratello aveva una possibilit su tre di finire picchiato a morte dai suoi compagni. Se si fosse offerto di prendere il suo posto, avrebbe distrutto il suo onore; se avesse attaccato Matone, si sarebbe garantito la condanna a morte di entrambi.
Felice serr le palpebre e preg ancora: Fortuna, sii gentile con noi. E poi, per mostrare solidariet con il fratello, risollev lo sguardo.
Ignorando il ghigno di Matone, Antonio infil la mano nella sacca e tir fuori un ciottolo.  bianco, afferm, roco. Port lo sguardo su Felice, che gli rispose con un cenno feroce e carico d'emozione.
Visibilmente deluso, Matone ordin all'uomo successivo di farsi avanti. Anche lui scelse un sasso bianco. L'ultimo rimasto in coda impallid, ma riusc a tenere la mano ferma, mentre Matone rovesciava il sacchetto e lasciava cadere il ciottolo nero. Che sfortuna, verme, comment, con un ghigno crudele.
Felice non riusc a guardare Ingenuo, mentre a lui e gli altri tre venivano legate le mani. I fratelli restarono vicini, mentre i contuberni venivano messi in fila e fatti uscire dal carcere, con i condannati davanti. Disperati per quello che stava per succedere, tutti restarono in silenzio.
Matone condusse la processione intorno all'ampio spiazzo all'interno delle mura dell'accampamento della legione. Percorse l'intero perimetro, fermandosi ogni tanto ad annunciare il crimine dei principes e la punizione che sarebbe stata portata a termine. Qualcuno dei soldati li insult, ma perlopi sembrarono provare compassione per loro, e alcuni si dimostrarono perfino indignati per quello che stava succedendo. Quasi a tutti poteva essere accaduto di scivolare nel sonno durante un turno di guardia, anche solo per un istante. Tuttavia, nessuno protest: quelle erano le leggi marziali, e metterle in discussione significava rischiare la stessa sorte.
La colonna si ferm vicino alle porte principali dell'accampamento. Gruppi di uomini si radunarono intorno, attratti dal macabro spettacolo come falene da una fiamma. Le guardie, i loro stessi compagni, formarono un quadrilatero vuoto intorno ai prigionieri. Matone tagli le corde che legavano i quattro principes, scoppiando a ridere quando uno di loro lo implor di ucciderlo con la sua spada.
Puoi prenderti la mia paga, signore. Non ho speso quasi neanche un denario in questi due anni.
Anche se volessi i tuoi miseri risparmi, verme, non me li prenderei, dichiar Matone. Se non vuoi vagare nell'oltretomba per sempre, prenditi la tua punizione da uomo.
Il princeps cominci a singhiozzare.
Ai condannati fu ordinato di stare in piedi vicino a ciascuno degli angoli del quadrato, e ai loro compagni di prendere posizione intorno a loro. Felice obbed trascinando i piedi e pregando che un ufficiale superiore venisse a fermare quella violenza. Ma le sue speranze furono spazzate via quando un tribuno entr dalle porte. Osserv la scena abbastanza a lungo da capire cosa stesse accadendo, prima di arricciare il labbro superiore in un ghigno e spronare il cavallo per allontanarsi.
A quel punto, Ingenuo riusc a guardare negli occhi Felice.
Fallo in fretta, fratello, bisbigli. Ti prego.
Felice annu, con il cuore pesante. Quella piet era l'unica cosa che i compagni potevano offrire al loro amico. Dovevano dargli una morte veloce.
Che aspettate?, rugg Matone. Uccideteli!.
Felice e gli altri si guardarono, confusi.
Dove sono i bastoni, signore?, domand Antonio. Di solito, si usavano dei manganelli, nel fustuarium.
Userete le mani!. Matone entr nel quadrato, spingendo i principes verso i compagni condannati. Muovetevi!.
L'uomo che aveva chiesto di essere giustiziato con la spada cominci a gridare. Piet! Piet, in nome di Giove!.
Matone lo colp con un calcio all'inguine. L'uomo croll in ginocchio, singhiozzando. Matone sguain la spada e la punt contro i principes pi vicini. Uccidete questo inutile pezzo di merda subito, o, che gli di mi aiutino, vi far fuori tutti, dal primo all'ultimo. Avanz di un passo verso un soldato, che scart di lato e poi si mosse verso il condannato. Gli altri lo seguirono, cominciando a prenderlo a calci come se fosse la palla di una partita ad harpastum, uno dei brutali giochi dei legionari.
Matone fece lo stesso con altri due gruppi, lasciandosi quello di Felice per ultimo. Che state aspettando, figli di puttana?. Muovendo con violenza la spada, li spinse verso Ingenuo, che chiuse gli occhi, rassegnandosi alla fine. Un attimo di disperazione colse il gruppo. Nessuno voleva essere il primo a colpirlo, ma tutti volevano minimizzare le sue sofferenze. Poi, pugni e calci cominciarono a piovere sul condannato.
Felice avrebbe dato un anno di paga per poter avere un bastone, ma la sua unica arma erano i pugni. Colp con forza Ingenuo al plesso solare. Mentre cadeva, i principes si avvicinarono, sollevando e calando i sandali chiodati in un terribile unisono. Il sangue schizz quando i chiodi sul sandalo di Felice lacerarono una guancia di Ingenuo. Il giovane url, e Felice si maledisse per non essere riuscito a colpirlo meglio. Si avvent ancora, ma fu remunerato solo da uno schiocco sordo, quando gli spezz un braccio. Il caos era tale da spingerlo indietro di un passo. Si sent le guance bagnate e cap che stava piangendo. Davanti a lui, poteva vedere Ingenuo che si dibatteva, gridando e invocando sua madre, ormai senza pi un briciolo di dignit.
Si rese conto che, nel tentativo di mettere fine alle sofferenze del compagno, nessuno di loro era lucido. Pass una mezza dozzina di battiti, e quel poveretto continuava a dibattersi gridando sotto i loro sandali chiodati. Felice moll una gomitata ad Antonio, spingendolo da parte, e si ritrov davanti alla testa di Ingenuo. Un occhio iniettato di sangue e terrorizzato, in mezzo a ciocche di capelli macchiati di rosso, si lev su di lui. Felice esit, e poi, pregando che Ingenuo lo perdonasse, schiant il tacco del sandalo contro l'orbita e l'orecchio del compagno. Il cranio schiocc; i suoi arti tremarono come quelli di un burattino impazzito, ma infine si afflosci.
Era morto.
Affannato, con il sudore che gli scorreva a rivoli sul volto, Felice si allontan dalla figura massacrata del suo compagno. Quello che avevano appena fatto non sembrava vero, ma c'era quella terribile prova davanti a loro, a dimostrare che era tutto reale. Non riusciva a staccare gli occhi da quella cosa. Quella cosa, pens, con amarezza. Ingenuo era un uomo, non un pezzo di carne. Accanto a lui, qualcuno vomit. Antonio pregava a voce alta. Nessuno riusciva a guardare gli altri.
Matone si avvicin. Spinse Ingenuo nella schiena con la spada, e, per buona misura, gliela piant nell'addome. Non ci fu risposta, e lui si gir con un ghigno sulle labbra e il gelo negli occhi: L'avete ammazzato in modo fin troppo rapido, per i miei gusti.
Felice sent la rabbia spezzare gli argini. Sono stato io, signore. In quel momento, voleva che Matone lo picchiasse a morte. Era l'unica cosa che poteva portare via il senso di colpa.
Matone gli si avvicin al punto da mostrare ogni cicatrice e ogni poro che gli butterava il viso. Gli puzzava il fiato. Davvero, verme?
Meritava una fine rapida, signore, ringhi Felice, aspettandosi che Matone lo passasse da parte a parte con la spada.
Con sua grande sorpresa, un'espressione di infastidito rispetto comparve sul volto segnato del centurione. Hai le palle, te lo devo concedere, ed  molto pi di quanto possa dire di altri tuoi amici. Fece un passo indietro, fissando con durezza i sopravvissuti.
Il sollievo si fece strada in Felice, e in quel momento si rese conto che, nonostante la vergogna che provava, non voleva morire. Il fustuarium era finito; forse la vita, ora, sarebbe tornata a una parvenza di normalit. Non si rese conto che, sopra di lui, Fortuna stava sghignazzando.
Ascoltatemi, feccia!, url Matone. I vostri compagni hanno pagato con la vita il vostro crimine, ma non pensate di esservi risparmiati la punizione! Sarete congedati con disonore dalla legione. Mentre Felice si scambiava uno sguardo sgomento con il fratello, Matone continu: Armi ed equipaggiamento non del tutto pagati dovranno essere restituiti al quartiermastro. Fatevi pagare ci che vi spetta e lasciate l'accampamento prima del tramonto. Se dovessi trovarvi all'interno delle mura dopo quel momento, sappiate che vi uccider con le mie mani!.
Un silenzio sconvolto cal sul gruppo.
Che aspettate?, tuon Matone, sollevando la spada. Toglietevi dalla mia vista!.
Il sangue pulsava nelle orecchie di Felice, e se Antonio non l'avesse preso per un braccio, si sarebbe gettato addosso a Matone.
Non ne vale la pena, borbott il fratello maggiore, trascinandolo via. Faresti solo la stessa fine di Ingenuo.
Felice lanci uno sguardo carico d'odio al centurione. Mi hai risparmiato la vita, Fortuna, e per questo ti sono grato, pens. Ma ho un'altra richiesta. Prima che io muoia, dammi una possibilit di vendicarmi di Matone. Solo una.
...
.
...
FINE Parte 1.